[24-11-2010] Qui non si parla di politica: non c’è il contraddittorio

di Edmondo Mostacci, docente di diritto pubblico comparato, Università Bocconi

Cronaca dell’ultima settimana: in un programma televisivo particolarmente seguito, un noto scrittore parla di criminalità organizzata; soprattutto dell’insediamento delle mafie nel nord del Paese. Racconta una cosa nota a chiunque non guardi alla realtà italiana con occhio troppo ingenuo, o troppo distratto: la “metà oscura di Milano” non è più quella dei Vallanzasca e dei Turatello; si è fatta silenziosa; si è assimilata nel tessuto civile; pensa agli appalti, agli affari, a lavare nelle attività economiche più disparate gli ingenti profitti derivanti da prostituzione e stupefacenti. Ed è saldamente nelle mani delle mafie, questa metà oscura, della ‘ndrangheta in primo luogo.

È stato un grido d’allarme, sin troppo garbato dato il rilievo del problema e le dimensioni del fenomeno, che ha avuto il pregio di puntare i riflettori del dibattito pubblico su un tema che la politica e la società civile dovrebbero affrontare con coraggio e risolutezza.

Purtroppo, all’interno del suo monologo, lo scrittore svolge un’altra breve considerazione, di per sé piuttosto ovvia. Le mafie, ormai radicatesi nel nord del nostro Paese, cercano di instaurare relazioni di mutuo interesse con la politica, in particolare con le forze che hanno responsabilità di governo. Anche con quei soggetti che possono apparire meno sospettabili, anche con la lega nord.

Il ministro dell’Interno – di fronte alla narrazione di cose che ben gli sono note, vista la sua diretta competenza istituzionale in materia – anziché rispondere agli interrogativi sottesi al monologo, si indigna per l’accostamento del nome del suo partito al fenomeno della criminalità organizzata. Insomma, il copione recitato dalla politica di fronte a domande scomode trova un nuovo interprete e l’ennesima trita recitazione. Al contempo, offre l’occasione per qualche considerazione di ordine assai più generale sul rapporto tra media e attori politici.

Infatti, fin troppo spesso le forze politiche – seppur con diversità di accenti e con sporadiche eccezioni – di fronte alle poche inchieste giornalistiche e trasmissioni televisive in qualche misura critiche nei loro confronti, anziché spiegare il proprio punto di vista, lamentano pretese scorrettezze poste in essere dal giornalista: partigianeria, faziosità, assenza del contraddittorio con i soggetti coinvolti.

Purtroppo però la funzione di chi esercita la propria libertà di manifestazione del pensiero non è quella di permettere agli attori politici di esprimere le proprie opinioni su temi e questioni liberamente scelte. Al contrario, tale libertà esprime in primo luogo l’esigenza di tutelare spazi, il più possibile ampi, di dialettica con e di polemica contro il potere politico. In tale senso, si comprende in quale senso l’art. 21 della Costituzione si pone quale pietra angolare dell’ordine democratico (Corte cost., sent. n. 84 del 1969). All’interno di questo contesto, è chiaro che un ordinamento politico-costituzionale di democrazia matura necessita di un quarto e quinto potere in grado di mettere in difficoltà chi è investito di responsabilità di governo, favorendo l’accountability di questi e il giudizio individuale, informato e consapevole, di ciascun cittadino.

In altre parole, in una Repubblica democratica, il personale politico dovrebbe guardare al consenso e alla considerazione dei cittadini come a beni da conquistare giorno per giorno, rispondendo alle esigenze della collettività e facendo tesoro delle istanze, dei contributi e delle manifestazioni di dissenso provenienti da essa.

Al contrario, i diversi soggetti partitici sembrano guardare all’apprezzamento e al consenso come ad un diritto loro spettante per antica legge salica o, nel migliore dei casi, ad una non scritta situazione giuridica inviolabile; l’ossessione per il contraddittorio  a fronte di ogni critica (istituto tipico delle aule di tribunale) lo testimonia in modo piuttosto evidente.