[22-11-2010] Guess who’s coming to have a Tea…Party? Il sogno americano e la prova delle riforme

di Graziella Romeo, docente di diritto pubblico, Università Bocconi e visiting scholar Fordham University, New York

Qualche giorno fa il noto settimanale The Economist sistemava, accanto all’editoriale, una vignetta, raffigurante il Presidente Obama impegnato a fissare terrorizzato una tazza di tè fumante, al suo fianco stava un asino (simbolo dei Democratici) altrettanto atterrito. Il riferimento era chiaro: concluse le elezioni di mid term, il Presidente avrebbe dovuto fare i conti con il Tea Party, il movimento conservatore che, a partire dal 2009, si oppone sistematicamente a tutte le iniziative di riforma di stampo “obamiano”.

Dunque, la più volte biasimata incapacità italiana di affrontare il tema delle riforme senza al contempo sollevare da ogni parte ondate di proteste, polemiche e resistenze paralizzanti (e, qualche volta, serventi scopi del tutto particolaristici) non pare essere una caratteristica tutta nostrana.

Neppure le virtù di forme di governo diverse dalla nostra paiono poter compensare l’assenza di consensi di ampio respiro su temi cruciali per il benessere di una collettività. (Così, sembra talvolta priva di una genuina utilità – quando non squisitamente ingenua – l’invocazione di non meglio precisate riforme strutturali che dovrebbero consentire al Capo dell’esecutivo di decidere “in maniera più efficiente” ovvero senza il confronto continuo con parlamenti “polemici” e recalcitranti).

Insomma, le difficoltà di questi primi due anni di Presidenza Obama possono essere lette con una maggiore consapevolezza del “non eccezionalismo” americano, almeno sul piano delle dinamiche della politica.

Il Presidente degli Stati Uniti sembra, al momento, aver reso scontenti tutti, tanto (come pure è fisiologico nella battaglia politica) i Repubblicani, quanto gli elettori democratici. A decretarlo non sono solo le elezioni di mid term – che, con la sostanziale vittoria del partito avversario, restituiscono ad Obama una leadership politico-culturale dimezzata –, ma anche le opinioni raccolte tra i suoi stessi sostenitori (come riporta la maggioranza dei commentatori americani). Sul piano delle riforme il Presidente ha promosso il varo di leggi “storiche”: da taluni interventi strutturali in reazione alla crisi, tanto sul versante prettamente economico, quanto su quello della tutela del lavoro, alla discussa riforma sanitaria. Il comun denominatore è rappresentato dal rafforzamento dei poteri e delle competenze federali.

I cittadini, tuttavia, continuano a non apprezzare i risultati  di tali politiche (il tasso di disoccupazione e i dati sulla crescita nazionale non soddisfano le attese) e, anzi, a intravedere pericolose derive in senso statalista e assistenzialista nelle scelte più recenti. Così, la serie di interventi di riforma sanitaria è oggetto di decise contestazioni: la percezione della maggioranza degli americani è che il risultato sostanziale sarà quello di appesantire il bilancio federale e aumentare la pressione fiscale. In altre parole, la retorica redistributiva è liquidata con un chiaro: non possiamo permettercelo.

La questione, però, non si esaurisce tutta qui. Sullo sfondo di queste difficoltà nel raggiungere delle riforme condivise si staglia, infatti, il fiume carsico del dibattito, mai sopito, tra i difensori della sovranità statale e i sostenitori di un governo federale forte e pervasivo. Chi oggi si oppone al Presidente lo fa per contrastare in primo luogo l’idea del big government.

La Corte Suprema, nella sua attuale composizione, sembra comprendere queste preoccupazioni, almeno stando al tradizionale approccio anti-federalist dei giudici di orientamento conservatore. Sul punto, una rilevante indicazione giungerà a breve, quando il Collegio renderà un’attesa sentenza sul contrasto tra legge statale e legge federale in materia di esperimento dell’azione di risarcimento del danno da vaccinazione. I giudici costituzionali sanno bene che in gioco non c’è solo la questione più scottante del dibattito costituzionale contemporaneo.

In attesa di questa pronuncia, c’è comunque da aspettarsi che Obama abbandoni le ultime resistenze e si sieda al tavolo del Tea Party.