[20-11-2010] Il caso Feltri

di Paolo Cavaliere, PhD Università Bocconi

Poche cose sono in grado di rinsaldare le fila del litigioso e assai ideologizzato panorama dell’informazione italiana come la sanzione imposta a un collega. I fatti sono ben noti: tra la fine dell’estate e l’autunno 2009 il direttore de Il Giornale Vittorio Feltri pubblica una serie di articoli in cui si racconta di una vecchia condanna (per patteggiamento) in un procedimento penale per molestie telefoniche del direttore del quotidiano Avvenire Dino Boffo, e allega a suffragio della sua tesi un certificato rilasciato dal casellario giudiziale di Terni (probabilmente non autentico) e una lettera anonima dalla quale si evince l’orientamento omosessuale di Boffo stesso, a causa del quale sarebbe un pericoloso soggetto (è rimasta famosa l’espressione, formulata in italiano non proprio musicale) «attenzionato dalla Polizia di Stato». Poco dopo, nonostante la solidarietà ricevuta da più parti, Boffo di dimette per la pressione suscitata dalle polemiche. Già in dicembre, tuttavia, Feltri è costretto ad ammettere che quanto scritto non era vero e viene quindi sanzionato con la sospensione dall’esercizio della professione per sei mesi, poi ridotti a tre l’11 novembre scorso (il procedimento disciplinare infatti prevede la possibilità di appello della prima decisione, dinanzi al Consiglio nazionale dell’Ordine). Per tre mesi, quindi, al direttore de Il Giornale è vietato pubblicare articoli sia sulla sua, sia su altre testate.

Direttori e opinionisti di quotidiani e telegiornali, in massa, hanno commentato con un caleidoscopio di colorite espressioni la sanzione, variamente definita uno «spettacolo avvilente» (Pierluigi Battista, Il Corriere della Sera), «una cosa folle» (Augusto Minzolini, direttore del Tg1), «uno dei provvedimenti più insensati» (Antonello Piroso, collaboratore esterno del Tg La7), agitando lo spettro della censura e argomentando l’incomprimibilità della libertà di stampa. Anche nel mondo politico non sono mancate reazioni vibranti, con esponenti della maggioranza che hanno parlato di un «provvedimento che ha un significato chiaramente politico» e altri che hanno organizzato sit-in di protesta. Dalle pagine del quotidiano diretto dallo stesso Feltri si adombra la tesi dell’incostituzionalità della sanzione comminata, perché in violazione della libertà di espressione sancita dall’art. 21 della Costituzione. L’Ordine dei giornalisti è stato definito (con approssimazione, o quanto meno per sineddoche: in realtà è il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia l’organo che ha effettivamente inflitto la prima sanzione) un «tribunale di blanda inquisizione» (Il Fatto quotidiano) e un «Ordine dei censori» (Il Giornale). Si è sostenuto che, in luogo del “bavaglio”, si sarebbe piuttosto potuta imporre una sanzione pecuniaria, e si è draconianamente proposta infine l’abolizione dello stesso Ordine dei giornalisti.

Curiosamente, la levata di scudi arriva all’indomani di una decisione in realtà favorevole al direttore de Il Giornale, che ha ottenuto la riduzione della metà della sospensione di sei mesi comminatagli già nello scorso mese di marzo, quando però non aveva suscitato altrettanto clamore. Feltri era chiamato a rispondere di tre distinti capi d’imputazione: oltre al “caso Boffo”, si procedeva anche per l’aver consentito, in qualità di direttore responsabile delle testate Libero e Il Giornale, la pubblicazione di 270 articoli firmati dall’ex giornalista, radiato dall’Albo, Renato Farina (imputazione per la quale viene condannato a due mesi di sospensione, assorbiti però dai sei comminati appunto per il “caso Boffo”), e per un articolo su Gianfranco Fini, del quale si lamentava il contenuto diffamatorio, pubblicato sull’edizione de Il Giornale del 14 settembre 2009 (imputazione, quest’ultima, caduta perché, al contrario, il Consiglio ha rilevato che non sono stati in quell’occasione superati i limiti del diritto di cronaca e di critica). I sei mesi di sospensione (poi ridotti a tre) sono dunque tutti irrogati per la sola vicenda che ha coinvolto l’allora direttore del quotidiano dei vescovi.

Per mettere un po’ d’ordine nella ridda di voci e opinioni che si sono affastellate su questa storia, è il caso di provare a chiarire, innanzitutto, alcuni semplici punti fondamentali: chi ha sanzionato Feltri, perché lo ha fatto, e a cosa si riferisce chi parla di bavaglio e libertà di stampa.

L’Ordine dei giornalisti è uno dei diversi ordini professionali, che in Italia abbondano, cui è necessaria l’iscrizione per esercitare una professione. Originariamente già previsto sotto il regime fascista (l. n. 2307 del 1925), che si era poi in realtà limitato a istituire l’Albo dei giornalisti devolvendo invece le funzioni dell’attuale Ordine al sindacato nazionale fascista dei giornalisti, esso è stato poi effettivamente istituito con la legge n. 69 del 1963 con l’obiettivo di riformare la disciplina della professione e renderla compatibile con l’ordinamento democratico, svincolandola da qualunque requisito di carattere politico. L’Ordine si articola in un Consiglio nazionale e in Consigli regionali o interregionali, composti ciascuno da sei giornalisti professionisti e tre pubblicisti che vengono eletti dalle rispettive categorie; ad esso spetta, oltre alla tenuta dell’Albo professionale, un potere disciplinare nei confronti degli iscritti. Ai giornalisti che si rendano responsabili di condotte non conformi al decoro e alla dignità professionali o che compromettano la propria reputazione o la dignità della categoria l’Ordine può infatti comminare sanzioni che vanno dall’ammonizione, alla censura, alla sospensione (da due a dodici mesi), fino alla radiazione; cade quindi l’obiezione che sarebbe stata più opportuna una sanzione pecuniaria, che il Consiglio non ha però il potere di irrogare. Al più avrebbe potuto optare per una censura, una misura che non avrebbe inibito il giornalista dall’esercizio della sua professione (nessun “bavaglio” insomma), se avesse però ritenuto il fatto meno grave e dunque passibile di una sanzione meno afflittiva. Ma cosa ha fatto il direttore de Il Giornale per meritare una simile punizione?

Ha violato, secondo il Consiglio che l’ha sanzionato, gli artt. 2 («[È] obbligo inderogabile [dei giornalisti] il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede») e 48 (che disciplina il procedimento disciplinare) della l. 69/1963, nonché la Carta dei doveri del giornalista, sottoscritta dallo stesso Ordine  e dalla Federazione nazionale della stampa nel 1993, che prevede, tra l’altro, che «il giornalista [debba] sempre verificare le informazioni ottenute dalle sue fonti, per accertarne l’attendibilità e per controllare l’origine di quanto viene diffuso all’opinione pubblica, salvaguardando sempre la verità sostanziale dei fatti». Al contrario, si legge nella decisione, il direttore «ha attribuito falsamente al Tribunale di Terni informazioni non vere relative al collega Dino Boffo violando […] il dovere dell’attendibilità della fonte e la rettifica tempestiva in caso di notizie pubblicate inesatte. Il comportamento di Feltri ha violato non solo la dignità e l’onore del collega Boffo ma ha anche compromesso il rapporto di fiducia tra stampa e lettori».

Nessun tribunale dell’inquisizione, dunque, ma solo un organo previsto dalla legge e che applica la legge. Rimane però il dubbio se siano la legge, e la stessa esistenza di un organo come l’Ordine dei giornalisti, ad essere in contrasto con la libertà di manifestazione del pensiero garantita dalla Costituzione. L’art. 21, per contrasto con l’esperienza del ventennio, ha una formulazione particolarmente garantista: riconosce il più ampio godimento della libertà di espressione, vieta l’autorizzazione e la censura della stampa, vincola l’esercizio del sequestro al verificarsi di particolari condizioni; ammette alcuni limitazioni, ma solo a tutela del buon costume e di altri principi concorrenti di rilevanza costituzionale anch’essi. La stessa legge 69/1963 dispone però che nessuno possa assumere il titolo né esercitare la professione di giornalista senza essere iscritto all’Albo professionale, e introduce una serie di vincoli all’esercizio della professione (condizioni di accesso al praticantato, esame di idoneità, discrezionalità della concessione dell’iscrizione in caso di condanna, eccetera): si tratta di una norma che viola la Costituzione, limitando l’accesso a un mezzo di espressione del pensiero? Non sono in pochi a pensarla così, visto che sul punto si sono susseguiti un certo numero di proposte di riforma, un referendum abrogativo (fallito per il mancato raggiungimento del quorum) e una nutrita serie di ricorsi alla Corte costituzionale, tutti però ritenuti inammissibili o infondati. Secondo la Consulta infatti (sentenza n. 11/1968) l’esistenza dell’Ordine professionali e delle conseguenti limitazioni all’esercizio della professione di giornalista non sono incostituzionali, perché non è vero che limitano effettivamente la possibilità di scrivere sui giornali ai soli iscritti all’Albo (possono firmare articoli anche i pubblicisti, che professionisti non sono); anzi, l’esistenza dell’Ordine ha addirittura una funzione di garanzia della libertà e della dignità professionale dei giornalisti, perché consente loro di associarsi in un organismo unitario che fa da contrappeso al potere economico dei datori di lavoro. Una specie di sindacato, insomma. Che però non è il ruolo proprio di un ordine professionale, e infatti è evidente come in realtà l’Ordine si riveli incapace di svolgere questo ruolo di tutela della libertà dei giornalisti che la Corte gli ha riconosciuto (anzi, è sorprendente che la Corte abbia sostenuto questa argomentazione: sarebbe bastato riflettere sul fatto che l’Ordine non ha in effetti alcun potere sull’editore che eventualmente minacci la libertà di un suo giornalista, perché l’editore stesso non è certo iscritto all’Albo). Sono in pochi, poi, ad essersi lasciati persuadere dalla distinzione, davvero di lana caprina, tra gli status di giornalista professionista e giornalista pubblicista (che si acquisisce, quest’ultimo, dopo aver regolarmente svolto attività pubblicistica retribuita per due anni: si può godere della libertà di manifestazione del pensiero solo se si viene pagati per esercitarla!).

Le argomentazioni della Corte non sono davvero convincenti, dunque. In alternativa, si potrebbe pure sostenere la legittimità costituzionale dell’Ordine riconoscendo che le condizioni di accesso alla professione tutelano la formazione e la deontologia della categoria, e in via mediata il versante passivo della libertà di stampa, ossia l’interesse dei cittadini ad una “buona” informazione. Sono argomenti analoghi a quelli che vengono sollevati in risposta ai (moltissimi) critici degli altri Ordini professionali, come quello degli avvocati, dei commercialisti, e così via. E con le stesse contro-argomentazioni si potrebbe rispondere, infilandosi in un dibattito pressoché infinito che non vogliamo certo riproporre qui e ora. Con l’ulteriore elemento, non certo secondario, che qui si discorre dell’esercizio di una libertà costituzionale che è pietra fondante di un ordinamento democratico. E non è il caso di trascurare come l’esistenza dell’Ordine e dell’Albo dei giornalisti sia un’anomalia tutta italiana, che non ha eguali in Europa (ma anche oltreoceano non si può dire che l’idea di una regolamentazione simile della professione trovi tanti sostenitori: nel 1985, l’istituzione di ordini professionali dei giornalisti è stata addirittura dichiarata lesiva della libertà di espressione dalla Corte interamericana dei diritti dell’uomo).

Tuttavia, l’accanimento sul ruolo e sull’esistenza stessa dell’Ordine dei giornalisti nel caso Feltri sembra l’ennesimo esempio di una brutta abitudine del dibattito pubblico nostrano, di affrontare un tema guardando il dito anziché la luna. Cosa sarebbe cambiato nel caso di specie se, per ipotesi di fantasia, non fossero esistiti il Consiglio dell’Ordine con i suoi poteri disciplinari e magari neppure la Carte dei doveri del giornalista che il Consiglio ha sottoscritto? Esiste pur sempre la fattispecie del reato di diffamazione, prevista dall’art. 595 c.p. (non si vorrà certo immaginare la soppressione anche di questa in nome della libertà di stampa, gridando al “bavaglio”), che viene sanzionata, quando l’offesa viene recata a mezzo stampa, con la reclusione da sei mesi a tre anni o con una multa di almeno 516 euro. La Cassazione ha specificato alcuni profili interpretativi (sentenza della Cassazione penale, sez. V, del 4 gennaio 2000), chiarendo che la libertà di informazione può essere invocata a discolpa solo quando il fatto descritto sia determinato e vero, di pubblico interesse ed esposto in modo corretto. Non ci sono differenze notevoli con le norme che il Consiglio dell’Ordine ha applicato nel caso Feltri: in due parole, che si violi la legge, la Carta dei doveri del giornalista o il codice penale, non è comunque lecito mentire arrecando un danno all’onorabilità di una persona.

Esistono invece alcune differenze nell’ampiezza della tutela a seconda di quale norma si applichi: il reato di diffamazione è perseguibile solo su querela, mentre l’azione disciplinare è iniziata d’ufficio dal Consiglio o anche su richiesta del Procuratore generale. Il potere disciplinare del Consiglio, quindi, offre una tutela più avanzata, perché compie il suo corso anche nel caso in cui, per qualunque motivo, il danneggiato non si senta di attivarsi per avviare un procedimento (non risulta, ad esempio, che Boffo abbia mai querelato Feltri, sebbene ne avesse ad un certo momento annunciato l’intenzione: non esistessero l’Ordine e il suo potere sanzionatorio, nel caso di specie l’illecito sarebbe rimasto impunito). È vero, poi, che il giudice penale non può sospendere il giornalista dall’esercizio della sua professione (solo il Consiglio dell’Ordine può mettere il “bavaglio”); però può condannarlo ad una reclusione lunga anche tre anni, ed è difficile immaginare che chiunque possa esercitare la professione di cronista da dietro le sbarre di una prigione. È incostituzionale anche il dettato del codice penale? In realtà, sebbene la libertà di espressione sia innegabilmente un architrave della democrazia, nel sistema costituzionale qualunque principio richiede di essere bilanciato ed eventualmente compresso quando entra in conflitto con un altro ritenuto prevalente, e la nostra Carta fondamentale attribuisce alla dignità personale una posizione superiore a qualunque altro diritto o libertà, come si può dedurre dal dettato dell’art. 13 e, in generale, di tutta la Parte I.

Non esistono, in un ordinamento costituzionale e democratico, libertà assolute, ma ciascuna di queste conosce dei vincoli e dei limiti al proprio esercizio, a tutela dei diritti altrui, e la libertà di espressione non può essere esercitata a discapito della dignità di un’altra persona. La legge quindi non prevede alcun bavaglio, ma opera soltanto uno dei tanti casi di necessario bilanciamento tra principi costituzionali confliggenti, e indica la direzione per il corretto esercizio della libertà di stampa. Si può limitare la libertà di espressione, se questa viene usata per ledere illegittimamente la dignità personale, dicono la sistematica della Costituzione e la legge. Il caso di questi giorni può sicuramente essere lo spunto per un confronto sulla necessità di interventi de jure condendo per riformare o addirittura abolire l’Ordine professionale, per rivedere le sanzioni, per pensare di abolire la misura della sospensione e limitarsi al dovere di rettifica e a pene pecuniarie, se il legislatore lo riterrà opportuno, ma non si vede come possa offrire anche lo spunto per inserire termini come “bavaglio” e “censura” nel lessico di questo dibattito.