[19-11-2010] Stragi senza nome e inadeguatezza del processo penale

di Luca Lupária, docente di Diritto processuale penale, Università di Teramo e Università Statale di Milano

Lascia senza dubbio attoniti l’esito del giudizio d’assise sulla strage di Piazza della Loggia. Ancora una volta nessun colpevole. Ancora una volta interrogativi irrisolti su una delle pagine più buie della nostra storia recente.

Eppure, allontanata ogni carica emotiva, la notizia può tingersi di sfumature meno fosche. Verrebbe da dire: non si chieda al processo ciò che non può dare, non si cerchino verità storiche e rappacificamenti sociali per il tramite di uno strumento che possiede altre finalità. Il rito penale è verifica di una ipotesi accusatoria sollevata nei confronti di una persona presunta innocente, niente di più, niente di meno. E’ meccanismo delicato, costellato di regole e garanzie che possono talora apparire reprensibili, ma che altro non sono che il contrappunto dei nostri valori costituzionali, il presidio della libertà di ciascuno, il senso della civiltà che ci è propria.

Capita che alla giustizia penale vengano addossati scopi che non le appartengono, come l’accertamento di una verità storica o l’acquietamento della vorace sete di giustizia da parte dei parenti delle vittime, comprensibilmente pronti a soluzioni ad ogni costo. Si pensi alla situazione vissuta dal popolo sudafricano del post-apartheid o alla condizione sociale di una Argentina che, transitata nell’alveo democratico, ancora deve fare i conti con i misteri del vecchio regime e con le ferite inferte alle famiglie dei desaparecidos.

Nel primo caso si è prescelta la strada della istituzione di peculiari “Commissioni per la verità e la riconciliazione”, proprio per non confondere quanto si celebra nelle aule dei Tribunali con quanto appare più aderente allo svolgimento di una “resa dei conti”. Nel secondo caso, al di là dell’attività di alcuni organismi indipendenti, si è percorso il sentiero del processo penale. Ne è derivato uno snaturamento del giudizio, piegato alle ragioni del dolore delle vittime e sommariamente rivolto ad estrarre verità appaganti per la pace sociale. Non a caso si parla oggi di “neopunitivismo”, proprio con riguardo a tale fenomeno.

In conclusione, se si voleva dalla Corte di assise di Brescia quello che non si può chiedere al processo penale, ci si sentirà delusi e frustrati. Se invece si desiderava giustizia, prima ancora che verità, se si auspicava che quegli imputati venissero trattati come qualunque accusato della Repubblica italiana, indipendentemente dalle aspettative in gioco, si masticherà un po’ meno amaro.