[16-11-2010] Sciogliere la Camera ribelle!

di Lorenzo Cuocolo, docente di diritto costituzionale, Università Bocconi.

Tripletta! Silvio Berlusconi estrae dal cilindro elezioni anticipate per la sola Camera dei deputati, cercando tre risultati favorevoli in un colpo solo. Se, infatti, si sciogliesse la Camera, ma non il Senato, Berlusconi otterrebbe anzitutto le dimissioni di Fini da Presidente dell’assemblea. In secondo luogo, stando ai sondaggi di questi giorni, il voto alla Camera potrebbe conservare la maggioranza assoluta dei seggi alla coalizione formata da Partito delle libertà e Lega, riducendo il fastidio oggi provocato dal consistente drappello di “futuristi”. Infine, Berlusconi potrebbe mantenere una maggioranza in Senato, sia pur traballante.

Per arrivare a questo obiettivo, il premier ha messo a punto una tattica niente male: opporre alla probabile sfiducia della Camera una probabile fiducia del Senato. Non si voterà solo contro il governo, ma anche a suo favore: il primo voto alla Camera, il secondo al Senato. C’è però un problema tecnico: la Costituzione prescrive che il governo sfiduciato, anche da una sola Camera, ha l’obbligo di rassegnare immediatamente le dimissioni. Se, dunque, si votasse prima alla Camera, e la votazione avesse esito negativo, non si potrebbe più andare al Senato a chiedere un voto di sostegno al governo. È questo il motivo per cui il Presidente del Consiglio sta forzando la mano per avere il voto in Senato prima che alla Camera. Resta però da fare i conti con il principio di autonomia parlamentare: non solo i due rami del Parlamento non accettano diktat dal governo, ma nemmeno sono tenuti a coordinarsi fra loro. Detto altrimenti: si voterà nella Camera che farà più in fretta a calendarizzare la mozione.

Lo scenario immaginato è, dunque, quello di un voto favorevole al Senato, seguito dalla sfiducia alla Camera. Se così fosse, Berlusconi dovrebbe comunque salire al Quirinale per dimettersi. Poco importa: il piano è quello di andare dal Presidente della Repubblica a domandare lo scioglimento anticipato, ma della sola Camera dei deputati, cioè del ramo che ha votato la sfiducia.

Tutto questo è possibile? A leggere il testo della Costituzione, verrebbe da rispondere di sì: l’art. 88, infatti, prevede che il Presidente della Repubblica possa sciogliere anticipatamente entrambe le Camere, o anche una sola di esse. La previsione, tuttavia, fu inserita in Costituzione perché – nel testo originario – era prevista una durata differente per Camera e Senato. Dal 1963 entrambe le assemblee hanno un mandato di cinque anni. Per questo motivo alcuni studiosi ritengono che lo scioglimento di una sola Camera non sia più una strada percorribile.

Ma, a ben vedere, il problema è un altro: sciogliere la sola Camera che ha votato la sfiducia significherebbe togliere questo potere dalle mani del Presidente della Repubblica e affidarlo al governo. In effetti, lo scioglimento è un potere sostanzialmente governativo in molti ordinamenti, anche parlamentari: in Inghilterra, ad esempio, è il primo ministro che decide quando sciogliere i Comuni, in base alle proprie convenienze elettorali. In Italia, però, la Costituzione e la prassi degli ultimi sessant’anni ci dicono che il potere di scioglimento è del Presidente della Repubblica. Sarà dunque Giorgio Napolitano a dover decidere cosa fare, schivando le pressioni politiche, se la Camera voterà la sfiducia al governo Berlusconi. La prima strada che dovrà seguire sarà quella di verificare se sia possibile formare un governo che goda di una maggioranza alternativa a quella attuale. Se così non fosse, però, come potrebbe il Presidente sciogliere solo la Camera? Perché, invece, non solo il Senato? Se le due Camere esprimessero indirizzi politici diversi, come si potrebbe scegliere quale far sopravvivere? È evidente che una scelta di questo tipo avrebbe una valenza politica e porterebbe con sé la conseguenza di avvantaggiare questo o quello schieramento. Ed è proprio ciò che il Presidente della Repubblica, garante della Costituzione e non uomo di parte, non deve fare. Lo scioglimento di una sola Camera, dunque, al di là della sua ammissibilità formale, è – nei fatti – una strada difficilmente percorribile.

(pubblicato su Il Secolo XIX del 15-11-2010)