[15-11-2010] Chi ha paura del referendum sulla legge elettorale?

di Arianna Pitino, docente di diritto Pubblico, Università di Genova

Negli ultimi giorni si è fatta strada l’ipotesi di sottoporre a referendum abrogativo popolare l’attuale legge elettorale (legge n. 270 del 2005). É questa l’acqua capace di spegnere il cerino che, da settimane, i nostri politici si passano l’un l’altro? Se guardiamo tale proposta alla luce dell’impasse politica italiana, essa assomiglia piuttosto a un fuoco di paglia che brucia in fretta perchè non offre nessuna soluzione praticabile nell’immediato futuro.

Il referendum abrogativo ha infatti tempi procedurali tutt’altro che brevi: prima vanno raccolte le cinquecentomila firme degli elettori; dopodiché la proposta di referendum deve superare il controllo di legittimità della Corte di Cassazione e quello di ammissibilità della Corte costituzionale; da ultimo – se non ci sono intoppi – la proposta arriva al Presidente della Repubblica che indice il referendum nella data prescelta (tra il 15 aprile e il 15 giugno). A questo punto bisogna sperare che il Parlamento non venga sciolto in anticipo rispetto alla fine naturale della Legislatura (5 anni), perché in questo caso il referendum, pur già indetto, subirebbe uno spostamento in avanti di ulteriori dodici mesi.

Insomma, se si costituisse ora il Comitato promotore di un referendum abrogativo della legge elettorale, nella migliore delle ipotesi esso potrebbe svolgersi nella primavera del 2012. A quel punto sorgerebbe il problema del raggiungimento del doppio quorum – di partecipazione (la maggioranza degli elettori deve prendere parte al voto) e di deliberazione (affinché la legge risulti abrogata i sì devono superare i no) – necessario per la validità del referendum. Il tutto, tralasciando il fatto che un referendum sull’attuale legge elettorale si è tenuto poco più di un anno fa, in un clima di indifferenza generale che ha impedito il raggiungimento del quorum di partecipazione, determinando così il fallimento di quella iniziativa referendaria.

Ma proviamo ugualmente a immaginare – per puro diletto della fantasia – cosa accadrebbe se, nel giro di poche settimane, fossimo di nuovo chiamati a votare un referendum di questo genere. Le forze politiche coglierebbero subito l’occasione per misurarsi in una prova di forza pre-elettorale se, come si sente spesso ripetere negli ultimi tempi, il rinnovo delle Camere fosse davvero così vicino. Fin qui nulla di sorprendente. Ma la domanda che dobbiamo porci è un’altra: quale sarebbe l’oggetto di un tale confronto politico? L’antitesi tra democrazia e autoritarismo? Tra legalità formale e illegalità sostanziale? O non piuttosto tra buoni e cattivi e tra odio e amore? Ecco, il rischio è che ci si riduca ancora una volta a questo, nel tentativo di far breccia nel lato più emotivo e superficiale degli elettori anziché nel profondo del loro intelletto.

Per una volta, quindi, ringraziamo le lunghe procedure necessarie per la presentazione del referendum abrogativo che ci risparmiano, almeno per ora, l’ennesimo scontro politico al limite della decenza. Perchè i risultati di comportamenti simili li abbiamo già sotto gli occhi: conflitti tra poteri senza precedenti – a livello politico e istituzionale – cui si accompagna una mancanza di fiducia degli elettori nei propri rappresentanti che rasenta i minimi storici e che si traduce, a livello internazionale, in una costante perdita di credibilità del nostro Paese.

Davvero ci auguriamo che la nostra classe politica riesca a modificare l’attuale legge elettorale in Parlamento, cogliendo questa come un’occasione per ritrovare responsabilmente se stessa.