[12-11-2010] Democratic explosion: il rischio delle primarie di coalizione

di Edmondo Mostacci, docente di diritto pubblico comparato, Università Bocconi

Nella serata di domenica, i cittadini milanesi conosceranno il nome dello sfidante dell’attuale sindaco, Letizia Moratti. Infatti, per operare tale scelta i partiti del centro sinistra hanno optato di ricorrere alle primarie. Per quanto tutti i candidati in lizza tengono a marcare la propria provenienza dalla cd. società civile, due di essi sono apertamente appoggiati da formazioni partitiche: Giuliano Pisapia dall’ala sinistra della coalizione; Stefano Boeri dal Partito democratico. Non altrettanto può dirsi invece per i due candidati rimanenti, Valerio Onida e Michele Sacerdoti.
Nell’esperienza nordamericana, ove hanno trovato la maggiore applicazione, le primarie si caratterizzano per essere un meccanismo, altamente inclusivo, attraverso il quale ciascun partito determina i propri candidati alle elezioni. In particolare, esse pongono il partito in un rapporto dialettico con il proprio elettorato, ove ciascun attore in gioco – gli aspiranti candidati, le componenti partitiche che li sostengono, la leadership del soggetto politico – hanno l’onere di dimostrare sul campo di possedere quel seguito e quella capacità attrattiva necessari ad ottenere la vittoria non soltanto nelle primarie ma, soprattutto, nelle elezioni propriamente dette.
Quello che di solito passa in secondo piano, nell’analisi del fenomeno, è il perimetro in cui generalmente, nell’esperienza americana, le elezioni primarie si svolgono, vale a dire quello partitico. Infatti, è oltremodo difficile che un outsider privo di significativi legami con il partito possa risultare vincitore della primaria, e questo nonostante la nota leggerezza delle formazioni partitiche americane. In altre parole, sono i componenti della stessa formazione che si sfidano sul terreno primariale e ciò è di primo rilievo per due distinti motivi. Da un lato, il perimetro comune riduce il rischio che la competizione risulti divisiva, enfatizzando le diversità tra le diverse candidature per un orizzonte temporale eccessivamente lungo. Dall’altro, ciò permette alle primarie di svolgere la funzione, che è loro propria, di favorire il rapporto dialettico tra soggetto partitico e relativo elettorato potenziale, onde verificare l’attualità di una certa linea politico-programmatica.
L’esperienza italiana è, sul punto, diversa. Come è noto, infatti, l’introduzione di tale istituto nel nostro Paese risale al 2006 ed è legata alla necessità politica dello schieramento di centro sinistra di suggellare la leadership di Romano Prodi.
Negli anni successivi, le elezioni primarie che si sono svolte (se si eccettuano quelle per la nomina del segretario del PD, slegate da una successiva tornata elettorale) sono state primarie di coalizione, caratterizzate dalla presenza di candidati appoggiati da diversi partiti. Ciò ha prodotto un esito paradossale: in una rilevante parte dei casi, si è trattato di consultazioni dall’esito scontato, utili al più per verificare i rapporti di forza all’interno della coalizione.
Nelle altre occasioni, invece, si e trattato di primarie competitive. Tuttavia, la diversa provenienza partitica dei candidati ha finito per falsarne la funzione, riducendo al minimo la funzione di raccordo tra formazioni partitiche e cittadini ed esasperando invece il momento competitivo per la leadership della coalizione. In questo, esse, più che contribuire al sospirato rinnovamento della politica, sembrano contribuire alla progressiva delegittimazione delle classi dirigenti, soprattutto qualora i partiti con maggiore seguito elettorale – e che continuano a mantenere tale seguito anche nelle successive consultazioni – vedano sconfitta la candidatura che hanno sottoposto al giudizio dei propri elettori. Un rischio che nelle primarie di domenica è invero concreto