[09-11-2010] L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Ma quale?

di Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro, Università Bocconi

Articolo 1 della Costituzione: l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. Ma quale lavoro? Possono le fondamenta di una nazione posare sul lavoro precario?

Il richiamo alla stabilizzazione dei precari, pronunciato dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi nella sua Lezione Magistrale dello scorso 5 novembre su “Crescita, benessere e compiti dell’economia politica”, ha riportato l’attenzione attorno ad un tema che, negli ultimi due anni, era scivolato ai margini del dibattito politico e mediatico, sovrastato dalla emergenza occupazionale conseguente alla crisi della economia globale iniziata nell’autunno del 2008.

La straordinaria eccedenza di offerta di lavoro in rapporto ad una domanda in caduta libera ha fatto sì che il bene-lavoro si sia rapidamente deteriorato; e ciò rispetto ad una situazione pre-crisi che già era stata segnata da un andamento particolarmente asfittico, sia in termini di retribuzioni che di stabilizzazione dei contratti a tempo determinato o – più in generale – non standard.

A fronte di una improvvisa e generalizzata ondata di licenziamenti collettivi per riduzione o cessazione di attività, anche un “lavoro purchessia” – precario, sottopagato e senza prospettive di crescita professionale – è stato per lo più vissuto come una benedizione del cielo: in particolare dai giovani e dalle loro famiglie. E questa accettazione del male minore sembra vada a consolidarsi in sempre più larghi strati della popolazione attiva, ormai assuefatta ai foschi orizzonti dell’economia e dello stato sociale.

Ma la rassegnazione al progressivo depauperamento del lavoro, nella sua dimensione economica, professionale e di prospettiva, è la migliore alleata del declino sociale e culturale di un paese.  Osserva il governatore Draghi che “Le riforme attuate, diffondendo l’uso di contratti a termine, hanno incoraggiato l’impiego del lavoro, portando ad aumentare l’occupazione negli anni precedenti la crisi, più che nei maggiori paesi dell’area dell’euro; ma senza la prospettiva di una pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari, si indebolisce l’accumulazione di capitale umano specifico, con effetti alla lunga negativi su produttività e profittabilità.” Una analisi, questa, molto lontana da ogni spirito polemico, che non demonizza il lavoro a termine in quanto tale, ma sottolinea l’importanza, per lo sviluppo del paese, che la temporaneità del lavoro rappresenti solo una fase transitoria nel naturale percorso di una carriera professionale. Una prospettiva di lungo respiro stimola l’impresa ad investire nel lavoro di qualità, che è lo strumento più efficace per competere con successo in un mercato globalizzato.

Ma – oltre alla dimensione economica – non si può non osservare che un lavoro stabile e di qualità rappresenta anche la migliore condizione per consentire ad ogni cittadino di realizzare, in modo stabile e duraturo, il suo dovere costituzionale di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività che concorra davvero al progresso materiale o spirituale  della società.