[08-11-2010] Se la crisi di governo è crisi delle istituzioni

di Lorenzo Cuocolo, docente di diritto costituzionale, Università Bocconi.

Gianfranco Fini, nel suo discorso alla convention di Futuro e Libertà, ha chiesto a Silvio Berlusconi di salire al Quirinale per aprire la crisi di governo. Difficilmente accadrà. Ma facciamo finta che accada proprio oggi: se Berlusconi rassegna le proprie dimissioni nelle mani del Presidente della Repubblica, quest’ultimo dovrà attivare le normali procedure per uscire dalla crisi. Cosa prevedono? Anzitutto, che il Presidente svolga le consultazioni per cercare di formare un nuovo governo. Vengono ascoltati vari soggetti. Fra quelli di maggior peso vi sono i leader delle forze politiche ed i Presidenti della Camera e del Senato. Fini con quale cappello salirebbe al colle? E, soprattutto, sarebbe idoneo a rappresentare l’interesse istituzionale dell’intera Camera, o tirerebbe l’acqua al suo nuovo partito? Se poi, dopo i tentativi di formare un nuovo governo, Napolitano dovesse orientarsi per indire nuove elezioni, dovrebbe nuovamente ascoltare i Presidenti delle due Camere. Ancora una volta, Fini sarebbe idoneo ad esprimere l’opportunità di andare al voto anticipato?
Quanto accaduto ieri pomeriggio induce due considerazioni: anzitutto, chiedere al premier di aprire la crisi equivale – di fatto – ad aprirla, se la richiesta avviene dal principale alleato politico. In secondo luogo, non siamo di fronte solo ad una crisi di governo, bensì ad una crisi istituzionale, che contrappone un Presidente del Consiglio senza maggioranza e un Presidente della Camera non più “uomo della Costituzione”.
Come uscire da questo inedito impasse? La prima soluzione è quella delle dimissioni di Fini dalla presidenza della Camera. Non è però scontato: con le dimissioni Fini perderebbe una indubbia rendita di posizione e potrebbe aprire la strada (peraltro molto stretta) a maggioranze alternative di sostegno al governo. Inoltre, il Presidente della Camera deve essere eletto con ampie maggioranze: in caso di dimissioni, dunque, si aprirebbe un vuoto difficilmente colmabile con ampi consensi.
Tutto ciò deve essere analizzato in parallelo alle sorti del governo, che paiono ormai compromesse. È assai improbabile che Berlusconi si dimetta spontaneamente. Simile mossa, infatti, porterebbe al premier un doppio danno: aprirebbe la strada all’aborrito governo tecnico, e sanerebbe la posizione di Fini, eliminando in radice le ragioni che lo rendono scomodo sul più alto scranno di Montecitorio.
Se Berlusconi non si dimette usciranno dal governo i Ministri di Futuro e libertà. Di per sé significa poco: il gruppo di Fini rimarrà nella maggioranza, dando al governo un appoggio esterno? Oppure voterà una mozione di sfiducia, formalizzando quello che è già palese, ma addossandosi la responsabilità di fronte agli elettori di aver posto termine alla legislatura?
Qualche conto non torna. Il grande assente è l’opposizione, debole e divisa, che sembra avere più paura di tutti all’idea di una crisi di governo. Se si andasse al voto, infatti, come si presenterebbe il centro-sinistra? È forse per questo che il palcoscenico è tutto per le forze di centro-destra: le opposizioni non sono né in grado di dare al governo la spallata finale, né di proporre valide alternative, a cominciare da una riforma condivisa della legge elettorale.
Governo insabbiato, crisi istituzionale, opposizioni inesistenti: tutti ingredienti di un pericoloso mix che rischia di paralizzare ancora a lungo il Paese, polarizzando le tensioni politiche, senza vie di fuga per il presente e senza speranze per il prossimo futuro.
(pubblicato su Il Secolo XIX del 08-11-2010)