[06-11-2010] Trasformare un’idea in un reato? Non è una buona idea

di Francesco Clementi, docente diritto pubblico comparato, Università di Perugia

Trasformare un’idea in un reato, come dire, non è mai una buona idea. Eppure questo istinto viscerale emerge dalle pieghe più profonde e nascoste delle nostre società ogni qualvolta vengono scossi i nervi più scoperti della nostra storia e del tessuto connettivo che lega la nostra convivenza civile. Un istinto che ci sospinge verso l’idea di risolvere un conflitto di idee ed opinioni – perfino le più aberranti, come la negazione dell’olocausto, il c.d. negazionismo – attraverso la forza del diritto piuttosto che con la forza del confronto culturale.

Tale volontà, verrebbe da dire, di imporre la “verità per decreto”, è riemersa in questi giorni nelle proposte politiche, addirittura da parte dei Presidenti dei due rami del nostro Parlamento, sulla base del c.d. caso del prof. Moffa dell’Università di Teramo e della sua ostinata e pervicace negazione, in modo pubblico e sfruttando la sua posizione di docente universitario, dell’olocausto; la reazione che tutto ciò ha comportato ha visto l’appello di Riccardo Pacifici, Presidente della Comunità ebraica di Roma, di approvare una legge che renda il negazionismo e il ridimensionamento dei numeri della Shoah un reato, così come hanno già fatto altri paesi europei quali, ad esempio, l’Austria, la Francia, la Germania, il Belgio, la Spagna e la Svizzera. E di approvare questa legge entro il prossimo 27 gennaio, la Giornata della Memoria.

Questa opzione, innegabilmente nel solco di un’idea che vede la possibilità di proteggere gli ordinamenti democratici, la c.d. protezione delle democrazie, anche attraverso gli strumenti del diritto penale che colpiscano la libertà di manifestazione del pensiero, è considerata peraltro una soluzione non consigliabile dalla maggioranza della dottrina costituzionalistica straniera (a partire da Peter Haberle), oltre che da quella italiana che si è occupata del tema della libertà di manifestazione del pensiero, dell’hate speech e della protezione della democrazia (basti pensare, sinteticamente, ai lavori di Di Giovine, Manetti, Luther, Ceccanti, Frosini e, più di recente, di Lucia Scaffardi).

Infatti, pur con le sfumature e le argomentazioni proprie di ciascun autore, gli studiosi che hanno indagato tale fenomeno hanno evidenziato che una legge sul negazionismo contenga in sé molte insidie, capaci di far regredire la qualità, oltre che la quantità, di democrazia propria in ciascun ordinamento che tale voglia definirsi proprio in ragione dei valori della democrazia. Infatti, alla fine, un ordinamento democratico verrebbe a difendere se stesso (e i suoi valori) attraverso un legge contro il negazionismo e tuttavia, così facendo, verrebbe a negare ipso facto se stesso (e i suoi valori), restringendo l’alveo applicativo proprio di quei valori che vorrebbe difendere.

Eppure, la politica ed i politici, anche in questi giorni sulla scia del caso Moffa, sembrano non voler cogliere il senso dei rischi di una scelta che vedrebbe l’imposizione dei valori per diritto, invece che attraverso la cultura. Anzi, c’è stata, verrebbe da dire, una corsa a riprendere il disegno di legge voluto dal Ministro della Giustizia Mastella che, nel 1997, si era arenato in dirittura d’arrivo. E a proporne oggi di nuovi.

Peraltro, questo dilemma, mantenere il carattere aperto del nostro ordinamento, includendo le posizioni più radicali con la forza della politica e della cultura, oppure escludere e difendersi attraverso il diritto, può portare anche a soluzioni restrittive ulteriori del tutto pericolose per un ordinamento che democratico e liberale voglia rimanere (d’altronde, su questa scia, perché, ad esempio, non punire chi ritiene che le Twin Towers siano state buttate giù dalla Cia?).

La cautela, a mio avviso, dunque si impone. E si impone innanzitutto attraverso un uso adeguato ed accorto della forza del diritto, anche in situazioni di eccezionalità, quali alcuni ritengono che sia la fase storica che stiamo vivendo.

Anche perché il negazionismo si sconfigge –e si può sconfiggere- con la forza della cultura. In fondo, negare l’Olocausto può dipendere, sostanzialmente, o da ignoranza o da un odio cieco. Mentre riguardo all’ignoranza si può fare qualcosa, a maggior ragione nella nostra veste di studiosi, come ricordava di recente Marcello Flores, sull’odio, invece, dubito fortemente che non basterebbe nemmeno una legge…