[05-11-2010] gli immigrati in Italia: più doveri che diritti?

di Graziella Romeo, docente di diritto pubblico, Università Bocconi e visiting scholar Fordham University, New York

Brescia, 30 ottobre: un gruppo di immigrati sale su una gru per protestare contro l’esclusione dalla cosiddetta sanatoria e, dunque, contro la mancata regolarizzazione della propria condizione di clandestinità. La sanatoria è un meccanismo con il quale la legge permette l’emersione dal lavoro irregolare dello straniero presente sul territorio italiano, che sia di fatto occupato presso un datore di lavoro disposto a dichiarare tale circostanza. Grazie alla regolarizzazione del contratto di lavoro, lo straniero clandestino ottiene un permesso di soggiorno, il quale a sua volta comporta il riconoscimento di una serie di diritti.

Apparentemente tutti contenti e, ad un tempo, stupiti delle bizzarre proteste. Peccato che la legge di sanatoria escluda espressamente dal beneficio della regolarizzazione lo straniero che, recita la circolare del Ministero dell’interno, «permane illegalmente nel territorio dello Stato in violazione dell’ordine impartito dal questore di allontanarsi dal territorio nazionale entro cinque giorni».

In altri termini, da una parte è richiesto allo straniero di denunciare la propria condizione di clandestinità, al fine di beneficiare della sanatoria; dall’altra, quest’ultima gli  è negata proprio a causa della sua condizione di clandestinità. Il tutto in un contesto normativo sprovvisto di garanzie a favore dell’immigrato lavoratore privo del permesso di soggiorno. La legge, infatti, non si occupa espressamente della sua condizione e lo esclude in via di principio dalle tutele previste per i lavoratori regolari (salvo puntuali eccezioni). D’altra parte, la debolezza della posizione del lavoratore clandestino è aggravata pure dall’incertezza della sua posizione contrattuale, la quale risulta essere “menomata” poiché l’ordinamento non riconosce la validità del rapporto giuridico instaurato di fatto con il datore di lavoro; manca per esempio una disposizione che sancisca espressamente l’intangibilità del diritto alla retribuzione dell’irregolare. Eppure la normativa dovrebbe essere ispirata alla più ampia tutela del lavoratore straniero, anche allo scopo di limitare una pericolosa forma di “concorrenza sleale”, innescata dal minor costo della manodopera clandestina. Neppure vale a controbilanciare il problema del lavoro irregolare la previsione del “contratto di soggiorno” con cui si intende garantire l’ingresso dell’immigrato in Italia a fini lavorativi. Ai fini dell’ottenimento di questo titolo di soggiorno, infatti, è richiesta un’occupazione regolare e tendenzialmente a tempo indeterminato, che non corrisponde affatto alle moderne dinamiche del mercato del lavoro e che rappresenta anzi il compimento di un processo di integrazione, piuttosto che il punto di partenza.

La Costituzione è tutt’altro che silente a riguardo. E non solo per l’espresso riferimento alla condizione dello straniero da regolarsi in conformità alle norme e ai tratti internazionali  (art. 10) o per l’estensione, suggerita dalla Corte costituzionale, del principio di eguaglianza anche ai non cittadini (art. 3), ma prima ancora per la valorizzazione della condizione del lavoratore che emerge dall’art. 1 e dall’art. 4.

Se la legge in materia di immigrazione coltiva l’ambizione di generare integrazione e partecipazione, ponendo il lavoro come primo tassello del cammino verso la piena appartenenza alla comunità politica, allora deve saper affrontare sul terreno delle garanzie del lavoratore il primo banco di prova.

La direzione intrapresa al momento pare ben diversa.

Così, gli immigrati che protestano a Brescia somigliano a quelli descritti nella poesia del premio Nobel Derek Walcott: “e tu da dove vieni, da quale regione, io conosco/ quel lago e anche le locande, la birra che si beve,/ e quelle sono le montagne dove riponevo la mia fede,/ma adesso sulla carta, che è simile a un mostro, altro non si vede/che una rotta che ci porta verso il Nulla […]”.