[04-11-2010] La Costituzione rubacuori (per gli amici Ruby)

di Carla Bassu, docente di Diritto pubblico, Università di Sassari

Dopo aver conquistato la ribalta mediatica del Paese, la giovane marocchina Ruby è destinata a diventare protagonista anche sulla scena dei corsi di diritto costituzionale. La sua vicenda si presta infatti a diventare un caso di scuola, configurando una rappresentazione esemplificativa della distorsione di fondamentali principi costituzionali quali la solidarietà; l’uguaglianza tra individui e tra cittadini e stranieri; la tutela dei minori e l’esercizio responsabile del potere pubblico.

L’intervento sulle forze dell’ordine a favore della minorenne straniera accusata di furto viene interpretato dalla voce governativa come mera applicazione del principio solidaristico, che effettivamente è contemplato tra i punti cardinali del nostro ordinamento. Sarebbe dunque l’esigenza di tutela dei più deboli ad aver determinato l’ingerenza diretta del potere esecutivo in una situazione che vedeva messi a repentaglio i diritti di una persona che parrebbe rispondere ai requisiti di «soggetto debole» in quanto minore, straniera e non tutelata da una realtà familiare solida.

Certo, la biografia di Ruby ci dice altro ma questo non è il punto. La ragazza è veramente un soggetto debole che si è trovata a essere oggetto di un privilegio, non fondato sul bisogno di garantire l’eguaglianza sostanziale.

Ciò su cui ci si deve interrogare non è cosa renda Ruby diversa dai ragazzini immigrati privi di tutele che affollano le nostre città, spesso in balia di sfruttatori senza scrupoli. Appurato che la ragazza non è un’agente sotto copertura da cui dipende la sicurezza nazionale, pare inutile (anche perché piuttosto evidente) soffermarsi sul motivo che ha spinto il potere pubblico a interferire sull’azione legittima della questura.

Ciò che conta e che deve essere giustificato in modo convincente è l’atto in sé. Per legittimare la pressione della Presidenza del Consiglio non basta certamente l’aiuto concesso a chi ne ha bisogno.

L’ingerenza sull’azione delle forze dell’ordine per fini di natura personale o comunque non riconducibili al bene pubblico non è ammessa dal nostro modello costituzionale.

Tecnicamente, si tratta di un abuso che tale resterebbe anche se fosse stato effettivamente compiuto per proteggere la titolare di un (peraltro millantato) legame di parentela con un illustre Presidente nordafricano (!).  In Italia però quella di dare il giusto nome alle cose pare un’usanza stravagante e obsoleta e la telefonata di Palazzo Chigi da abuso di potere diventa un gesto di pietas.