[02-11-2010] Se Berlusconi cade

di Lorenzo Cuocolo, docente di diritto costituzionale, Università Bocconi.

Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ricorda sempre più un vecchio leone ferito, abbandonato da tutti, che ruggisce per difendere il proprio territorio, mentre – implacabili – gli avvoltoi stringono i cerchi sopra di lui e le iene si avvicinano a muso basso.

La sensazione è che, questa volta, ammesso che vengano confermate le pressioni sulla Questura di Milano in relazione al caso Ruby, ci siano ben poche vie di fuga.

La crisi di governo è dietro l’angolo. Quali, dunque, gli scenari possibili? Una prima ipotesi è che, in caso di dimissioni, il Presidente della Repubblica rinvii Berlusconi alle Camere, nell’intento di formare un nuovo esecutivo “di larghe intese”, guidato dallo stesso Berlusconi, che abbia l’appoggio dell’Udc e, forse, del Pd. Altamente improbabile.

La seconda ipotesi è che, di fronte alle dimissioni di Berlusconi, Napolitano sciolga subito le Camere e fissi la data delle nuove elezioni. Improbabile.

L’ultima ipotesi è che, caduto Berlusconi, si cerchi di formare un nuovo governo, guidato da un diverso esponente (Alfano? Pisanu? Letta?), con l’obiettivo di modificare la legge elettorale e di portare in tempi ragionevoli il Paese a nuove elezioni. Probabile.

Questo sarebbe il cd. “governo tecnico”. E qui si aprono i problemi: Berlusconi, infatti, ritiene che simile scenario contrasti con la volontà del popolo, che ha scelto lui come capo del governo. Lega e Pdl, inoltre, fanno sapere di non essere disponibili e che, pertanto, qualunque governo formato senza di loro sarebbe privo di legittimazione democratica. Roberto Calderoli (Ministro della Repubblica…) ha addirittura dichiarato che il governo tecnico sarebbe un colpo di stato e che, dunque, legittimerebbe una rivolta del popolo.

In questo clima agitato risulta particolarmente utile la precisazione fatta tempo fa del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: non esistono governi “tecnici”, ma solo governi “politici”. Cosa voleva dire Napolitano? Che qualunque governo deve avere la fiducia della maggioranza del Parlamento, e dunque un sostegno politico. L’espressione “governo tecnico”, infatti, può lasciar intendere, a chi è poco pratico di questi affari, che si tratti di una sorta di commissariamento del governo, cioè che si scelgano esponenti tecnici che non hanno nessuna legittimazione democratica. No: la Costituzione prevede, all’art. 94, che i membri del governo debbano avere sempre la fiducia delle due Camere. E tale fiducia è esclusivamente politica.

Ma è possibile che il Presidente della Repubblica, di fronte alle dimissioni di Berlusconi, cerchi di formare un nuovo governo? Eccome! Molti studiosi ritengono che il Presidente della Repubblica abbia uno specifico dovere di ricercare un nuovo governo in caso di crisi.

Perché, però, il tema è così controverso? Il problema deriva dalla torsione della forma di governo, soprattutto ad opera della legge elettorale. Il rafforzamento del governo e la personalizzazione delle leadership, prodotte con le riforme elettorali a partire dal 1993, hanno diffuso l’idea dell’elezione diretta del Presidente del Consiglio: non a caso, sui simboli elettorali dell’ultima tornata, si leggeva “Berlusconi Presidente”.

In realtà, i cittadini non votano per il Presidente del Consiglio, ma solo per i membri del Parlamento. Questi, poi, dovranno accordare o meno la fiducia al governo, nominato dal Presidente della Repubblica (art. 92 Cost.). Lo schema è molto chiaro, e non prevede alcun legame diretto tra la volontà popolare e il Presidente del Consiglio.

Certo, l’effetto maggioritario delle riforme elettorali ha portato la nostra forma di governo parlamentare più vicina al modello inglese del “governo di Gabinetto”. Siamo, però, a metà del guado, dal momento che il nostro bipolarismo non ha saputo garantire la stessa stabilità che offre il modello (tendenzialmente) bipartitico inglese. E comunque, anche in Inghilterra, non sono infrequenti i casi in cui la crisi del Primo ministro ha portato alla formazione di nuovi esecutivi, senza il ricorso alle elezioni (si va dalle dimissioni di Churchill nel 1955 a quelle di Blair nel 2007).

Se, invece, si insiste per un legame diretto del Capo del governo con la volontà popolare, si sta parlando di presidenzialismo. Sistema, però, molto lontano dalle regole della Costituzione vigente.