[01-11-2010] immigrazione, quali principi?

Il 18 ottobre 2010 la Corte costituzionale ha pronunciato una interessante sentenza in tema di immigrazione (sent. n. 299 del 2010).

La Corte – affrontando la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Governo nei confronti di una legge della Regione Puglia avente ad oggetto “l’accoglienza, la convivenza civile e l’integrazione degli immigrati” – ha richiamato alcuni significativi principi in materia di immigrazione, sia dal punto di vista del riparto di competenze tra lo Stato e le Regioni, sia con riferimento ai diritti che spettano all’immigrato soggiornante nel nostro territorio.

Riguardo al riparto di competenze, la Corte ricorda che alle Regioni, in materia di immigrazione, è sempre stata riconosciuta una potestà legislativa, vincolata, però, ai principi fondamentali fissati dallo Stato (enucleati tendenzialmente nel Testo unico sull’immigrazione, il d.lgs 286 del 1998, attuativo della c.d. legge “Turco-Napolitano” ed emendato, tra l’altro, nel 2002 con la c.d. legge Bossi-Fini). Il contrasto con le disposizioni della Costituzione che riservano l“immigrazione” (art. 117 Cost., comma 2, lett. b,) e la “condizione giuridica dei cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea” (art. 117 Cost., comma 2, lett. a) alla competenza esclusiva dello Stato è soltanto apparente. Si è soliti affermare, infatti, che mentre allo Stato spetta legiferare con riferimento alle politiche “per l’immigrazione” – aventi grossomodo ad oggetto la definizione dei flussi migratori e il soggiorno degli immigrati all’interno della Repubblica – alle Regioni spetterebbero invece le “politiche per gli immigrati” volte a garantire l’effettività di alcuni diritti anche agli immigrati (istruzione, formazione professionale, abitazione, assistenza sociale etc.). In altre parole: «l’intervento pubblico concernente gli stranieri non può … limitarsi al controllo dell’ingresso e del soggiorno degli stessi sul territorio nazionale, ma deve necessariamente considerare altri ambiti – dall’assistenza sociale all’istruzione, dalla salute all’abitazione – che coinvolgono molteplici competenze normative, alcune attribuite allo Stato, altre alle Regioni» (vedi anche le sentenze n. 156 del 2006 e n. 300 del 2005)

Con riferimento invece ai diritti spettanti al non cittadino, la Corte ribadisce un concetto già espresso in passato ovvero che lo straniero è «titolare di tutti i diritti fondamentali che la Costituzione riconosce come spettanti alla persona» (sent. 148 del 2008).

Si tratta di quei diritti che l’articolo 2 della nostra Costituzione riconosce e garantisce all’uomo in quanto tale senza alcuna discriminazione tra cittadini e non cittadini. Con riferimento ad essi la Corte si è spesso pronunciata riconoscendo anche al non cittadino, ad esempio, il diritto alla vita, il diritto alla salute, la libertà personale, la libertà religiosa e quella di associazione.

Del resto, l’importanza del riconoscimento agli stranieri di questi diritti era ben chiara già in assemblea costituente: «lo Stato assicura veramente la sua democraticità ponendo a base del suo ordinamento il rispetto dell’uomo guardato nella molteplicità delle sue espressioni, l’uomo che non è soltanto singolo, che non è soltanto individuo, ma che è società nelle sue varie forme, società che non si esaurisce nello Stato» (così l’onorevole Moro chiamato in Assemblea Costituente a fare una sintesi delle diverse posizioni sorte sulla formulazione dell’articolo 2 della Costituzione).