[30-10-2010] La sicurezza delle scuole ridotta ad una mancia

Non c’è solo la riforma dell’università nel dibattito sull’istruzione e l’educazione pubblica in Italia. Accade di trovare, nelle pieghe di un decreto legge, una disposizione di respiro più contenuto, ma molto significativa.

Correva l’anno 2008, e in sede di legge di conversione del d.l. 137/2008 (Disposizioni urgenti in materia di istruzione e università) veniva inserito all’art.2 il comma 1 bis, un comma apparentemente innocuo, destinato a passare inosservato. Di che cosa si tratta? Il comma dispone che le somme non utilizzate iscritte  fra i residui del bilancio statale siano destinate ad “interventi per l’edilizia scolastica e la messa in sicurezza  degli  istituti  scolastici”. Al riparto di queste risorse si dispone con decreto ministeriale “in coerenza con apposito atto di indirizzo delle Commissioni parlamentari competenti per materia e per i profili finanziari”.

Che cosa vuol dire? In sostanza, che i fondi sono stanziati in base alle valutazioni discrezionali dei singoli parlamentari che fanno parte delle due Commissioni Cultura e Bilancio. Potenzialmente, dunque, si tratta di una “mancia” che ciascun parlamentare può destinare alle opere che gli garantiscono il migliore ritorno elettorale. Nessun criterio stabilito in anticipo, nessun controllo sull’efficacia delle scelte.

La disposizione si inserisce in una situazione di fatto molto critica, caratterizzata da tragedie (il crollo al liceo Darwin di Rivoli) e proclami (tredici miliardi di euro individuati dalla Protezione civile come necessari per la messa a norma del patrimonio scolastico nazionale). Come se la cavano le scuole? Secondo una recente indagine di Cittadinanzattiva, sono ampiamente lontane dagli standard di sicurezza fissati per legge, sia per la disattenzione degli amministratori centrali e locali nei confronti di un problema che ha scarsa visibilità presso gli elettori, sia per la mancanza di risorse, con le scuole in difficoltà sui pagamenti, dalle supplenze alla carta igienica.

Dal punto di vista giuridico e costituzionale il problema più urgente riguarda la tutela del diritto all’istruzione sancito dall’art. 34 Cost. La possibilità per un istituto scolastico di ospitare efficacemente le attività formative viene a dipendere dallo zelo del parlamentare eletto localmente (o addirittura dall’eventualità che faccia parte di una delle due Commissioni coinvolte). È l’umiliazione di uno dei principali strumenti per la rimozione degli “ostacoli di ordine economico e sociale” a cui si riferisce l’art.3 Cost., il grimaldello per scardinare disuguaglianze che mal si addicono ad un Paese avanzato. E c’è di più. A scorrere la lista della risoluzione approvata appena prima dell’estate, a valere sui fondi 2009,  si trovano in fondo, in posizione defilata, una decina di interventi destinati a scuole paritarie. Che fine ha fatto l’inciso “senza oneri per lo Stato” con cui l’art.33 Cost. completa il riconoscimento del diritto da parte di enti ed associazioni di istituire scuole ed istituti di educazione?

In generale, sorgono dubbi anche in relazione al ruolo che in questo Paese si vuole dare alla pubblica amministrazione. È la spia di una tendenza più ampia (giustificata da supposte esigenze di rapidità e semplicità) ad espropriarla di compiti che le sono istituzionalmente assegnati, e la dimostrazione di una sfiducia diffusa, in primis a livello istituzionale. I parametri dell’art. 97 Cost. – buon andamento e imparzialità – sono svalutati, e l’interesse pubblico è l’interesse di una collettività che ha la fortuna di trovare un’espressione politica, indipendentemente dalla ponderazione con altri interessi, al di fuori di un procedimento legalmente disciplinato.

E ancora, che federalismo è quello di un Paese in cui gli interventi sugli edifici scolastici, legati a casi specifici e alla realtà territoriale sono decisi a livello centrale? La disposizione legittima il sospetto che alla volontà di valorizzare il territorio e le istanze locali non corrisponda una valorizzazione adeguata delle istituzioni locali, come l’art. 114 Cost. richiederebbe. Perché decidere in modo opaco nelle aule chiuse delle commissioni parlamentari, e non mettere invece gli enti locali (Province e Comuni, che hanno in carico la gestione degli edifici scolastici) in condizioni di gestire direttamente le risorse?

La lista approvata prima dell’estate chiude gli interventi per i fondi 2009; quanto ai fondi 2010 si vedrà. In commissione sono pronti: altro giro, altra mancia.