[28-10-2010] Dalla sindrome nimby alla guerriglia urbana: la questione rifiuti in Italia

di Carla Bassu, docente di Diritto pubblico, Università di Sassari

Not in my backyard è la formula che sintetizza la tensione dei rapporti tra istanza nazionale e realtà territoriali ogniqualvolta avvenga la localizzazione di un intervento strutturale invasivo, destinato a esercitare un impatto significativo sull’ambiente  e sulla qualità della vita delle comunità locali.

Not in my backyard è il grido rivolto a gran voce al governo da parte di chi si trovi di fronte alla prospettiva di convivere con centrali nucleari/infrastrutture ad alto impatto ambientale/TAV/ impianti di smaltimento dei rifiuti,  costruiti «nel proprio cortile».

E’ la sindrome nimby da cui sono affette, tra l’altro, le popolazioni delle «aree di interesse strategico nazionale» destinate per legge a ospitare le nuove discariche con cui si aspira a risolvere l’ormai annosa emergenza dei rifiuti in Campania. Ma quello cui si assiste oggi nelle strade di Terzigno e dei comuni limitrofi va molto oltre le manifestazioni di protezionismo territoriale intervenute in altre circostanze: si tratta di fenomeni di resistenza strenua, sintomo di uno stato di malessere esasperato. In gioco c’è il diritto alla salute e a una qualità della vita degna per intere comunità  e il valore della posta è troppo alto per poter essere liquidato con la sufficienza talvolta riservata alle rivendicazioni localistiche.

La popolazione è insofferente e sorda a ogni tipo di accordo e sarebbe un errore concentrare l’attenzione esclusivamente sugli episodi di violenza inaudita di cui sono responsabili frange di facinorosi (peraltro in odore di camorra) da cui le stesse comunità coinvolte nella protesta prendono le distanze. Ciò che pare maggiormente preoccupante è l’atteggiamento verso le istituzioni locali – percepite come deboli e incapaci di fare affermare gli interessi del territorio – e nei confronti dello Stato -considerato come un corpo estraneo, indifferente al bene dei cittadini vesuviani.

E’ bene ricordare che, in Campania, la prima crisi legata allo smaltimento dei rifiuti (sfociata nella proclamazione dello stato di emergenza) risale al 1994 e ciò dimostra quanto grave e incancrenita sia la situazione. Non si può trascurare che alle disfunzioni amministrative nella gestione della nettezza urbana, negli anni, si sono associate profonde infiltrazioni di carattere malavitoso, che hanno pressoché monopolizzato il sistema, riversando sistematicamente nei siti predisposti per la raccolta dei rifiuti solidi urbani anche sostanze tossiche.  L’intervento dello Stato è avvenuto dunque anche in risposta al protagonismo della camorra, in via imperativa ed emergenziale, con procedure autoritative che sono state accolte, puntualmente, da un sentimento di sfiducia e ribellione.

Gli scontri quotidiani presso i siti delle discariche rivelano uno scollamento profondo tra istituzioni e popolazione, rendono evidente lo sgretolamento del rapporto di fiducia tra rappresentati e rappresentanti e denunciano  una inquietante mancanza di legittimazione istituzionale.

Per la causa della sicurezza e della salute pubblica, più che imporre il pugno di ferro sarebbe utile intraprendere un percorso di dialogo e pacificazione con la collettività, che serva a ricostruire il legame di affidamento nell’ordinamento.

Le istituzioni devono riconquistare sul campo la fiducia della cittadinanza, persa in anni di malgoverno e remissività rispetto all’ingerenza del crimine organizzato.

La cittadinanza vesuviana si sente come Cenerentola, oppressa da uno Stato-matrigna e da poteri locali-sorellastre; per far quadrare la favola ci vorrebbe un tocco di bacchetta magica che trasformasse i rifiuti in petali di fiori ma, purtroppo, la realtà è un’altra. La situazione richiede una repentina presa di coscienza e una seria assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni nei confronti di comunità stremate, che chiedono di essere ascoltate e che però, a loro volta, devono tenere la guardia alta contro una finta fata madrina chiamata camorra.