[27-10-2010] Federalismo, a Nordest sei su dieci lo vogliono. Ma al bando gli equivoci!

di Lucio Pegoraro, ordinario di Diritto pubblico comparato, Università di Bologna

[Il 26 ottobre 2010 “Il Gazzettino” ha pubblicato un sondaggio dell’Osservatorio sul Nord-est, curato da Demos. I risultati sono a prima vista sorprendenti: circa il 60% degli intervistati sono favorevoli al federalismo e solo il 30% pensa che questo possa mettere a rischio l’unità nazionale. Pubblichiamo a tale riguardo un commento del Prof. Lucio Pegoraro].

“Pensando alla riforma federalista in fase di approvazione – recita la prima domanda dell’inchiesta – lei direbbe di essere…”. Quasi il 60% degli intervistati risponde “favorevole”.

E quasi altrettanti rispondono “no” alla seconda domanda: “Secondo lei la riforma federalista… metterà a rischio l’unità nazionale?”.

Le due risposte sono coerenti. Il federalismo è percepito come positivo, e a pochi viene in mente che metta a rischio l’unità di un Paese.

Il problema è che la domanda utilizza un termine abusato nel linguaggio della politica. Lo usa nel senso ormai entrato nell’uso comune, del quale la politica si serve per dare l’impressione che siamo davanti a qualcosa di buono, di forte, che cambia completamente le cose. In fin dei conti, “federali” sono gli Stati Uniti, la Germania, il Canada. Tutti modelli da imitare.

Però il federalismo non c’entra niente con la sostanza della riforma. La riforma opera una redistribuzione della ricchezza sul territorio nazionale, in base alla produzione del reddito, e niente di più. Una riforma importante, non c’è dubbio. Ma non prevede una camera delle regioni, non prevede un senato eletto più o meno paritariamente a livello regionale, non prevede che le regioni abbiano voce se occorre riformare la Costituzione. Insomma, tutte le cose che caratterizzano uno Stato federale.

Siamo e resteremo uno Stato “regionale”, e non basta questa riforma per poter dire: “abbiamo fatto il federalismo”. Uno Stato africano autoritario si definisce “democratico e sociale di diritto”. Ma non lo è per il solo fatto che lo dica.

La deformazione del significato delle parole serve alla politica per ottenere i risultati che vuole perseguire. Il sondaggio ha (correttamente) usato una parola usata e abusata dalla politica in un senso che evoca sensazioni favorevoli e piacevoli, ma lontano dal significato scientifico. Non credo che se la domanda fosse stata formulata senza la parola “federalista” avrebbe ottenuto gli stessi esiti. Soprattutto, non credo che se la politica non avesse mistificato per “federalista” una riforma che non lo è avrebbe avuto i consensi conseguiti.

Sull’altro versante, c’è “unità nazionale”. Altre parole forti, evocative. Chi ha risposto che questa riforma non mette a rischio l’unità nazionale, avrà pensato – credo – all’integrità del Paese, alla secessione, alla dissoluzione della Patria, o simili. Il nostro finto “federalismo” non mette a rischio l’unità dell’Italia. Quindi, coerentemente, chi è a favore della riforma, o la vede come un primo passo per la secessione, e allora non la considera un rischio, o – se crede nell’unità nazionale – non la vede “a rischio”.

C’è però, di nuovo, un senso tecnico, più sofisticato di “unità nazionale”. Significa solidarietà, sussidiarietà, equa distribuzione della ricchezza, aiuto alle zone meno sviluppate, sviluppo armonico del Paese, riconoscimento delle sue varie culture… In questo senso, l’unità nazionale un po’ si frammenta, e allora l’alta percentuale di risposte negative al sondaggio potrebbe riguardare solo e nient’altro che l’ipotesi di maggiori rischi di secessione.

Le parole dei sondaggi seguono, giustamente, le parole del linguaggio comune, influenzato dal linguaggio della politica. La politica ama deformare il senso delle parole, piegarle ai propri fini retorici (specie i dittatori: ce lo insegnano anche Petrolini e Woody Allen).

Il problema sollevato dall’indagine è che, comunque, più o meno il 60% degli intervistati pensa che trattenere nel territorio una parte più cospicua del reddito sia positivo, e non metta a rischio l’unità nazionale. Alla politica, al di là degli slogan e dell’abuso delle parole, spetta bilanciare i valori e gli interessi in gioco: il decentramento comporta maggiore responsabilizzazione e controllo, ma anche minore attenzione per gli interessi strategici a vantaggio di quelli elettorali, di borgata. Sullo slogan no taxation without representation – nessuna tassa senza rappresentanza – si edificò lo stato di diritto inglese e cominciò la Rivoluzione americana. Chi lo usa ora, non dovrebbe dimenticare che tutti quelli che producono reddito meritano una rappresentanza a livello locale, se il problema è localizzare il controllo del reddito e della spesa. Compresi gli immigrati, che reddito producono, senza alcuna rappresentanza.

(pubblicato su Il Gazzettino del 26-10-2010)