[26-10-2010] Marchionne e sindacati insieme per la Fiat

di Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro, Università Bocconi

Le parole che Sergio Marchionne ha pronunciato durante la trasmissione di Fabio Fazio hanno immediatamente scatenato la bagarre politica e saturato l’arena mediatica con le opinioni di tifosi e detrattori, con una generale prevalenza di questi ultimi, che non si sono lasciati sfuggire l’occasione per lanciare anatemi  nei confronti dell’ AD Fiat, in una inusuale consonanza fra i settori più eterogenei dell’arco parlamentare. Ma cosa ha detto Marchionne di così sconvolgente da suscitare tanto  scandalo? L’osservazione del manager Fiat è stata  – come è suo solito – di una sconcertante semplicità: nemmeno un euro dei 2 miliardi dell’utile operativo previsto per il 2010 arriva dall’Italia. Apriti cielo! Marchionne parla da canadese e non da italiano, la Fiat è stata pagata dagli italiani in decenni di aiuti di Stato, è l’Italia che farebbe volentieri a meno della Fiat, le sue sono frasi offensive e indegne e… via di questo passo.

Insomma, un problema grave e reale come quello della competitività dell’unica grande impresa automobilistica nazionale viene miseramente ridotto a scontro fra tifoserie, nella speranza – forse – di intercettare gli istinti più irrazionali dell’opinione pubblica.

In realtà, i dati preoccupanti richiamati da Marchionne sulla bassa competitività non solo di Fiat Italia, ma del nostro sistema-paese, sono noti da molto tempo e forse sarebbe il caso di occuparsi di questo problema più che di chi lo ha ricordato. La competitività e l’attrattività di un paese passa oggi per l’efficienza e la  moralità della pubblica amministrazione, il rispetto delle Istituzioni, la qualità della istruzione e delle infrastrutture, l’equità sociale e – non da ultimo – un affidabile sistema di relazioni industriali, in grado di assicurare una equilibrata distribuzione della ricchezza, nel rispetto dei fondamentali diritti dei lavoratori. Non è un caso che, proprio su quest’ultimo aspetto, l’AD della Fiat abbia riconosciuto il disallineamento verso il basso dei nostri lavoratori al confronto con i colleghi europei. È necessario rimuovere le ragioni oggettive per le quali la retribuzione di un operaio della Fiat è mediamente inferiore alla metà di quella di un operaio della Volkswagen. A condizioni omogenee di produttività, Marchionne ha dichiarato che Fiat riconoscerà ai propri dipendenti un trattamento allineato a quello dei paesi europei più virtuosi. E c’è da credergli, se si considera che il costo del lavoro rappresenta per Fiat meno del dieci per cento dei costi totali di produzione. Ma allora è proprio sul terreno della riorganizzazione del lavoro che si deve inchiodare  il metalmeccanico italo-canadese – come egli stesso si è autodefinito –, con la laurea in filosofia ma con un approccio pragmatico che concede poco ai bizantinismi del politically correct. Il sindacato ha l’occasione di raccogliere una sfida storica e di vincerla non contro, ma insieme alla azienda. Una sfida che non può mirare alla conservazione dell’esistente ma, al contrario, deve rimetterlo radicalmente in discussione. Perché non c’è nessuna prospettiva, né per l’impresa né per il sindacato, nel proseguire una politica delle relazioni industriali che negli ultimi quindici anni ha finito non solo per depauperare i salari, ma il ruolo e la dignità del lavoro.