[25-10-2010] La riforma non risolve i problemi della giustizia

di Lorenzo Cuocolo, docente di diritto costituzionale, Università Bocconi.

La crisi della giustizia italiana è tanto evidente che i rapporti della Banca mondiale collocano il nostro sistema giudiziario tra i meno efficienti al mondo. Una riforma è dunque indispensabile, ma quale? Il Ministro della giustizia, Angelino Alfano, vorrebbe riformare la Costituzione, secondo una bozza che porterà in Consiglio dei ministri la settimana prossima. Ad oggi, però, neppure l’accordo con gli esponenti di Futuro e libertà è cosa fatta.

Quali sono le soluzioni proposte per cancellare i mali della giustizia italiana? Un primo aspetto riguarda la separazione delle carriere: si vogliono creare due percorsi diversi, per gli organi giudicanti e i pubblici ministeri, senza possibili passaggi da una funzione all’altra, diversamente da quanto accade oggi. Si può comprendere la reale portata di questo irrigidimento analizzandolo insieme alle altre riforme. Quella più strettamente collegata riguarda la creazione di due distinti organi, al posto del Consiglio superiore della magistratura. Uno avrebbe competenza sui procuratori e l’altro sui giudici. Anche questa proposta, di per sé, è neutra. Rivelatrice, invece, è la previsione di rafforzare la componente laica dei due consessi, riducendo il numero dei magistrati e dunque incrinando la finalità di autogoverno propria di tali organi. Tutto ciò è confermato dalla previsione di togliere ai nuovi soggetti il potere disciplinare sui magistrati, affidandolo invece al Ministro della giustizia.

La separazione delle carriere acquista maggiore significato se abbinata all’altro grande obiettivo: la discrezionalità dell’azione penale. Si vorrebbe così riscrivere l’art. 112 della Costituzione, a tenor del quale il pubblico ministero ha l’obbligo di aprire un fascicolo per ogni notizia di reato che riceve. La discrezionalità, presente ad esempio negli Stati uniti e in Francia, pone però un delicato problema: chi decide su quali reati si deve indagare in via prioritaria? Secondo le bozze in circolazione, le priorità saranno fissate con legge dal Parlamento. In astratto, la scelta non è criticabile, dal momento che, sempre con legge, si decide cosa è reato e cosa non lo è. Tutto, però, assume contorni opachi nell’attuale situazione italiana, dove il sistema elettorale produce un Parlamento ostaggio del Governo.

Altro punto della bozza è la modifica dell’art. 109 della Costituzione, che pone la polizia giudiziaria alle dipendenze del pubblico ministero. La volontà è quella di restituire alle forze di polizia una maggiore autonomia e più penetranti poteri di indagine. È quanto avviene, ad esempio, in Inghilterra. Nulla di male, a meno che dietro alla proposta non si celi la volontà di spuntare le armi a disposizione delle Procure.

Infine, la proposta del Ministro Alfano mira a riesumare la legge Pecorella, già bocciata dalla Corte costituzionale: si vuole evitare la possibilità di appello per i giudizi che in primo grado si chiudano con l’assoluzione dell’imputato. Resterebbe sempre, però, la possibilità di ricorso per Cassazione. A tacer d’altro, questa proposta finirebbe per congestionare ulteriormente il lavoro della Cassazione, che a parole si vuole snellire.

Il Presidente del Consiglio ha detto che la riforma servirà a velocizzare i tempi dei processi e a rafforzare i diritti civili. A dire il vero, non sembra che i punti qui analizzati siano decisivi a tali fini. Senza toccare la Costituzione, si potrebbe più efficacemente lavorare sull’informatizzazione dei processi, sull’assunzione di nuovi giudici e di nuovi cancellieri, sulla semplificazione delle fasi processuali, su strumenti alternativi al carcere e su molto altro ancora. La riforma prospettata, invece, ha come immediata conseguenza lo spostamento della funzione inquirente sotto l’ombra lunga del potere esecutivo. Tutto è possibile a livello teorico, come mostrano gli esempi comparati. Un giudizio compiuto si potrà dare solo quando le proposte saranno articolate più in dettaglio. Fin d’ora, tuttavia, si può dire che queste riforme – da sole – non basteranno a risolvere i veri mali della giustizia italiana.

(pubblicato su Il Secolo XIX del 23-10-2010)