[24-10-2010] Mezzi di informazione e giustizia penale. A margine del caso Scazzi

di Luca Lupària, docente di Diritto processuale penale, Università di Teramo e Università Statale di Milano.

Si ha l’impressione che stavolta il segno sia davvero stato superato. Certo, la perversità dei rapporti tra mass media e processo penale non è questione inedita, specie con riguardo alle c.d. causes célèbres. Eppure la vicenda di Avetrana reca in sé qualche elemento di preoccupante novità.

Con accenti maggiori del solito, infatti, si è appalesata una perniciosa deriva dell’asse dell’accertamento dalla sua sede naturale a quella delle inchieste di matrice televisiva. Le interviste ai giornalisti dettano i tempi di un’indagine che prende linfa più dalle dichiarazioni rilasciate in video da protagonisti (e comprimari) dell’episodio criminoso che dalle affermazioni effettuate agli inquirenti dalle stesse persone nella veste formale di “testimoni” o indagati.

Sorprende oltretutto lo spregio per il canone costituzionale della presunzione di innocenza che contraddistingue il modus operandi della macchina comunicativa: dubbi sulla colpevolezza, slegati dalle carte processuali, che a giorni alterni colpiscono l’uno o l’altro dei componenti del nucleo famigliare; insinuazioni continue e incontrollate su parenti e affini; sortite mediatiche di commentatori di varia estrazione che, come in una chiacchiera da bar, pontificano “per me è stato lui, per me è stata lei”. Il tutto condito dalla mortificazione della riservatezza e di quella dignità personale riconosciuta quale diritto cardine dalla nostra Carta fondamentale (cfr. la nota puntata di “Chi l’ha visto”).

In altri sistemi giuridici, che condividono le nostre problematiche, si sono istituiti specifici reati per sanzionare trasmissioni televisive che, ad esempio attraverso sondaggi d’opinione, sviliscano la presunzione di non colpevolezza (si pensi alla legge francese n. 516 del 2000). Meccanismi ad hoc, più o meno efficaci, sono adottati nell’universo giuridico di common law. Dalle nostre parti, per una alterata visione della “libertà di stampa”, si stenta invece a porre freno a quelle forme di punizione anticipata che spesso possono germogliare da una distorta commistione tra giustizia e mezzi di informazione.

Un ultimo angolo visuale merita infine di essere evidenziato. Come da tempo non accadeva, si avverte nei media una attenzione morbosa per la confessione dell’accusato. Per quella già rilasciata (è il caso dello “zio Michele”) e per quella che l’opinione pubblica si attende da lì a poco (ne è un esempio “la cugina Sabrina”). Le prove materiali del fatto scoloriscono d’importanza rispetto alle parole autoaccusatorie del prevenuto, liberatorie per la collettività e per il reo, per un verso scorciatoia per la verità e, per l’altro, strumento di scrutinio psicologico dell’anima del deviante, per dirla con Foucault.

Molti insomma i passi indietro, in questa storia del ventunesimo secolo. La civiltà giuridica, del resto, appesa al filo delle sue faticose conquiste, non sempre dalla modernità riceve in cambio doni positivi.