[16-10-2010] La riforma della giustizia: rischio di “bavaglio” alla Corte costituzionale?

di Lorenzo Cuocolo, docente di diritto costituzionale, Università Bocconi.

(pubblicato su Il Secolo XIX del 16-10-2010)

Il Ministro della giustizia, Angelino Alfano, è salito al Quirinale per anticipare al Presidente della Repubblica le grandi linee della riforma della giustizia. Nulla di ufficiale, ma trapelano notizie di grande interesse. Fra queste spicca la volontà di modificare il funzionamento della Corte costituzionale: con la riforma, la Corte potrà dichiarare incostituzionali le leggi solo a maggioranza dei due terzi del collegio.

Quello che ad un occhio distratto può sembrare un dettaglio procedurale di poco conto, è in realtà una vera e propria rivoluzione che tocca gli equilibri complessivi della forma di governo.

Sorvolando sui problemi tecnici, che sicuramente occuperanno i costituzionalisti nei prossimi mesi (è legittima la riforma? deve essere adottata con legge ordinaria o costituzionale?), restano quelli di sostanza. Simile innovazione, infatti, avrebbe il risultato di rendere molto più complesso per la Corte dichiarare incostituzionale una legge. Negli attuali equilibri, molte decisioni della Corte vengono prese (a quanto si apprende informalmente) con maggioranze risicate, molto lontane dai due terzi. La riforma, in altre parole, rafforzerebbe il “privilegio del legislatore” già teorizzato da Carl Schmitt, cioè una presunzione di legittimità degli atti adottati dal Parlamento.

Attualmente, l’art. 16 della legge n. 87 del 1953 dispone che «Le decisioni sono deliberate in Camera di consiglio dai giudici presenti a tutte le udienze in cui si è svolto il giudizio e vengono prese con la maggioranza assoluta dei votanti». Si tratta, in realtà, di una maggioranza dei presenti, dal momento che negli organi giudicanti non si ritiene ammissibile l’astensione. Ebbene, questa norma sul funzionamento della Corte non fa altro che richiamare un principio generale dell’ordinamento, quello in base al quale gli organi giurisdizionali collegiali si esprimono a maggioranza semplice.

L’introduzione della soglia dei due terzi, oltre a rendere estremamente difficoltoso il lavoro della Corte, produrrebbe effetti a cascata sulla scelta dei giudici costituzionali. Il collegio è composto nel suo plenum da 15 giudici, 5 dei quali nominati dal Presidente della Repubblica, 5 dal Parlamento e 5 dalle supreme magistrature. Se la maggioranza per bocciare una legge diventa di due terzi, ciò significa – rovesciando la prospettiva – che è sufficiente un terzo del collegio per esercitare un potere di blocco, e dunque per garantire la sopravvivenza delle leggi votate dal Parlamento. Per questo motivo i soggetti chiamati a nominare la Corte (e soprattutto il Presidente della Repubblica e il Parlamento) potrebbero avere la tentazione di scegliere i giudici in base alla loro inclinazione a far parte del gruppo di “blocco”. Allo stesso modo i soggetti nominanti potrebbero deliberatamente ritardare la nomina di un giudice per un posto vacante, proprio giocando sugli equilibri di maggioranza interni al collegio. Tutto questo è aggravato dall’attuale sistema elettorale che, con il premio di maggioranza, consente alle forze di governo di procedere da sole a nomine per le quali sono previste maggioranze qualificate.

Insomma, a prima vista, la riforma immaginata dal Governo appare volta, da un lato, a ridurre sensibilmente lo spazio di azione della Corte costituzionale, giurisdizione “speciale” prevista dalla Costituzione come garanzia ultima del funzionamento dell’ordinamento; dall’altro lato ad introdurre il rischio di una politicizzazione eccessiva nella scelta dei giudici. Due evenienze non auspicabili.