[14-10-2010] Dopo il terremoto di Pomigliano le relazioni industriali aspettano la ricostruzione

di Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro, Università Bocconi

Il difficile e incerto processo di ristrutturazione degli stabilimenti produttivi Fiat continua ad essere segnato da laceranti divisioni interne al sindacato e da forme conflittuali alle quali non eravamo più abituati da qualche tempo. Su di un punto, però, il “terremoto di Pomigliano”  registra un largo consenso: dopo lo strappo di Marchionne, nulla potrà più restare come prima. E, così, già ci si chiede quante altre imprese saranno tentate di seguire la strategia di Marchionne, ipotizzando che Pomigliano non sia che l’avanguardia di un nuovo corso, con un potenziale effetto domino che potrebbe imprimere una svolta radicale agli attuali equilibri sindacali e contrattuali. Ci si chiede, in particolare, cosa resterà della contrattazione collettiva nazionale e dei diritti che fino a qui essa ha garantito ai lavoratori, se il sistema delle cosiddette deroghe ad opera dei livelli di contrattazione decentrata diverrà a tal punto diffuso e penetrante da far saltare il rapporto fra regola ed eccezione, superando nei fatti lo stesso concetto di “deroga”.

Intendiamoci: lo spostamento verso l’azienda del baricentro della contrattazione collettiva ed il processo di erosione dell’area di influenza del contratto nazionale non nascono a Pomigliano, ma hanno origini ben più remote. E tuttavia è innegabile che Pomigliano possieda un valore simbolico nuovo e una forza potenzialmente dirompente: perché si tratta della Fiat, l’impresa che più di ogni altra ha segnato la storia industriale del nostro paese; perché esprime una visione manageriale molto più sintonica con il pragmatismo calvinista che con i sofisticati equilibri della vecchia Europa; perché mostra in tutta la sua cruda realtà il conflitto fra la spinta della globalizzazione e l’emergenza perpetua del mezzogiorno d’Italia; perché ha il sapore di un’ultima chiamata per la sopravvivenza stessa della grande impresa nazionale. In questo quadro dai contorni sfuocati, ma dalle tinte forti, si è sviluppato un chiassoso dibattito mediatico che – spesso invocando l’intervento politico – non ha saputo proporre molto di meglio che l’antica contrapposizione tra diritti dei lavoratori e ragioni dell’economia, così implicitamente chiamando il pubblico a schierarsi dall’una o dall’altra parte.

Ad oltre sessant’anni dalla promulgazione della Costituzione, nel nostro paese si fatica ancora ad accettare l’idea che economia e diritti compongano le facce di una stessa medaglia e si dimentica che gli articoli 39 e 40 hanno indicato proprio nelle relazioni industriali la via maestra per il miglior contemperamento possibile degli interessi contrapposti.

La storia delle relazioni industriali nel dopoguerra ha conosciuto momenti di scontro ben più drammatici di quelli registrati nella vicenda di Pomigliano. E ad ogni fase di crisi, imprese e sindacati sono puntualmente riusciti a trovare risposte efficaci e lungimiranti. E se, dopo Pomigliano, dovesse davvero emergere un novo assetto di relazioni sindacali, imperniato sul decentramento contrattuale e su un ruolo più partecipativo del sindacato nelle scelte organizzative e strategiche dell’impresa, non ci sarebbe né da sorprendersi né da dispiacersene: sarebbe soltanto un’altra tappa di una storia di cui non possiamo permetterci il lusso di fare a meno.