[13-10-2010] Scelte coraggiose e ragionevole durata dei processi

di Luca Lupària, docente di Diritto processuale penale, Università di Teramo e Università Statale di Milano.

L’invito di Giorgio Napolitano ad operarsi in favore di riforme organiche volte a ridurre i tempi irragionevoli della giustizia italiana è l’ultimo di una serie di appelli provenienti dalle più alte cariche dello Stato e dagli esponenti delle classi forensi.

Sono trascorse solo poche settimane da quando l’associazione degli studiosi del processo penale ha lanciato il proprio messaggio in favore di una speditezza processuale da conquistare attraverso una feconda cooperazione tra accademia e parlamento. Ancora nei giorni scorsi i commentatori ricordavano le numerose pronunce di condanna emesse nei confronti dell’Italia dagli organismi sovranazionali. Fanno parte della quotidianità le rimostranze di imprese e investitori stranieri che – come giustamente ha sottolineato il Presidente della Repubblica – esitano a rischiare capitali in un Paese i cui tempi delle aule giudiziarie appaiono incerti.

Le ricette sul tavolo non mancano, anche se spesso giungono da chi non ha gli strumenti teorici per proporre rimedi capaci di impiantarsi con successo nel corpo del sistema. Come insegna l’esperienza del progetto di legge sul “processo breve”, il rischio di trapianti improvvisati è fortissimo, le probabilità di rigetto altissime.

Di certo, quello che si deve evitare è sacrificare valori di pari, o addirittura preminente, rilevanza sull’altare della celerità. Lo ha rimarcato ieri anche Napolitano, la ragionevole durata appare il pilastro meno attuato della riforma sul giusto processo del 1999. Tuttavia, la letteratura più illuminata ci insegna che quella clausola costituzionale sottende un bilanciamento tra due opposti, il “far presto” e il “far bene”, pretende elasticità, non sopporta marce forzate ad ogni costo.

Sono in gioco valori preminenti, si diceva. Primo fra tutti, il diritto di difesa dell’imputato. Proprio sulla figura dell’accusato, storicamente, lo speedy trial è stato ritagliato, nei termini di una insopprimibile prerogativa ad ottenere una decisione sulla propria imputazione nel più breve tempo possibile. Tale è l’impostazione prescelta dal sesto emendamento alla Costituzione statunitense (the accused shall enjoy the right to a speedy and public trial) e dalla Convenzione europea sui diritti dell’uomo (toute personne a droit à ce que sa cause soit entendue … dans un délai raisonnable). Nello stesso art. 111 Cost., del resto, si vuole che “la persona accusata … disponga del tempo e delle condizioni necessarie” per poter esercitare il diritto “inviolabile” alla difesa.

Si accelerino dunque i ritmi della giustizia penale (e civile), ma si agisca in primo luogo sulla efficienza del modello, sulla razionalizzazione delle risorse, sulla soppressione dei tempi morti, sulla modernizzazione della macchina giudiziale, a partire dal sistema delle notificazioni. Si prenda spunto dai lavori di tanti studiosi che nell’ultimo decennio hanno perfezionato soluzioni atte a ridurre il carico dei fascicoli e a tagliare i rami secchi del nostro impianto processuale.

Nessuno spazio può dunque residuare per un’idea di procès équitable in cui il giudizio debba procedere a folle corsa diventando, più che celere, sbrigativo. Di scelte coraggiose parlava ieri Giorgio Napolitano. Il vero coraggio risiede nel ridare speditezza al rito tenendo a mente, in ogni momento, che è colui che si affaccia al processo come presunto innocente a soffrire il maggiore pregiudizio da un accertamento che non vede la sua fine.