[12-10-2010] Guerre preventive e polizia internazionale: perché i soldati italiani sono in Afghanistan?

di Lorenzo Cuocolo, professore di diritto costituzionale italiano ed europeo nell’Università commerciale “Luigi Bocconi” di Milano

La tragica morte di quattro alpini italiani in Afghanistan ha riaperto all’improvviso il dibattito sulla presenza dei nostri soldati in quello che, a tutti gli effetti, può definirsi un teatro di guerra. Perché una guerra in Afghanistan? Chi lo ha deciso? Tutto ciò è conforme alla nostra Costituzione?

Anzitutto, una premessa. La Costituzione è stata scritta al termine della seconda guerra mondiale, quando le tecnologie belliche e gli scenari geopolitici erano ben diversi da quelli attuali: la sua interpretazione in questo ambito, dunque, deve essere necessariamente un po’ elastica, a meno di non svuotarne di senso pratico le previsioni.

Vediamo cosa dice: fra i principi fondamentali (art. 11 Cost.) leggiamo che «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Le guerre, dunque, devono essere solo difensive, mai di attacco. E, comunque, non possono essere fra le opzioni da considerare per risolvere problemi internazionali. Una posizione molto netta, si direbbe. Negli ultimi decenni, però, le cose sono andate in modo diverso: si pensi al Kosovo, all’Iraq e all’Afghanistan; casi diversi uno dall’altro, ma accomunati dalla frizione (apparente?) con il disposto costituzionale.

Qui si inserisce un altro grande tema: quello dell’adesione dell’Italia alle organizzazioni internazionali, ed in particolare all’ONU e alla NATO. Secondo le regole della prima, è possibile intervenire con la forza in caso di minaccia alla pace, rottura della pace o atti di aggressione. Per la NATO, invece, si può intervenire con la forza per far valere il diritto di legittima difesa individuale e collettivo.

La missione in Afghanistan deriva proprio dalle decisioni delle due organizzazioni internazionali richiamate. Il 20 dicembre 2001 è stato deliberato l’intervento dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. La gestione missione è stata poi delegata alla NATO a partire dal 2003.

Oggi si discute sul ruolo dell’Italia in Afghanistan, e sulle responsabilità del Parlamento e del Governo. La nostra Costituzione, agli art. 78 e 87, prevede che spetti al Parlamento deliberare lo stato di guerra e, successivamente, conferire al Governo i poteri necessari. Il Presidente della Repubblica, poi, ha la funzione di dichiarare all’esterno la volontà deliberata dalle Camere. Un meccanismo ormai superato, almeno nei fatti. Tutti gli ultimi interventi militari, infatti, hanno visto una previa decisione del Governo e, solo dopo, un intervento di ratifica del Parlamento. Questo è reso necessario dalla rapidità con cui sono organizzate le operazioni di guerra e dall’esigenza di mantenere il segreto (che un dibattito parlamentare ovviamente non garantisce), a tutela dell’efficacia delle operazioni e dell’incolumità dei nostri militari. È il Governo, dunque, la vera guida delle operazioni di guerra. Ed è il Governo che deve assumersi le correlate responsabilità: sorprende, dunque, che oggi si voglia rimettere ad un voto parlamentare l’utilizzo delle bombe sugli aerei italiani. Con riferimento all’Afghanistan, quanto appena detto è confermato dall’ultima proroga delle operazioni: è stata decisa dal Governo con il decreto-legge n. 102 del 6 luglio 2010 e, solo dopo, convertita dal Parlamento nella legge n. 126 del 3 agosto 2010.

In Afghanistan, ad oggi, sono caduti 32 militari italiani, in una guerra probabilmente necessaria a proteggerci dal terrorismo internazionale e a sostenere il governo afgano, ma che presenta altresì profili di dubbia compatibilità costituzionale, facili da risolvere a livello teorico, molto meno dal punto di vista fattuale.