[11-10-2010] Legge elettorale: cosa non va nel sistema italiano?

di Edmondo Mostacci, docente di diritto pubblico comparato, Università Bocconi

Margini per migliorare il sistema elettorale in vigore non mancano e si sviluppano lungo due direttrici fondamentali. La prima riguarda la formula elettorale, vale a dire il meccanismo attraverso il quale i voti raccolti dalle forze politiche vengono utilizzati per l’attribuzione dei seggi parlamentari: il meccanismo prescelto dalla legge Calderoli – il cosiddetto proporzionale con premio di maggioranza – si espone a critiche di prima importanza.

Qual è il punto? Il sistema elettorale ha la funzione di favorire il circuito decisionale pubblico affinché la rappresentanza parlamentare sia in grado di esprimere un indirizzo politico coerente. Si tratta di un’alchimia complicata. Infatti, da un lato, il detto sistema deve favorire l’emersione di una maggioranza politica chiara (e, di conseguenza, coesa). Dall’altro lato, tale maggioranza deve essere veritiera. In altre parole, la maggioranza parlamentare deve corrispondere a (e farsi interprete di) un indirizzo maggioritario realmente presente nel Paese di cui, a sua volta, il sistema elettorale incentiva la formazione. Inoltre, da un punto di vista dinamico, il sistema elettorale ha il compito di favorire la responsabilità politica verso i cittadini della classe dirigente, onde garantire la vitalità del rapporto tra rappresentanti e rappresentati nel corso della legislatura.

Il nostro sistema elettorale, caratterizzato dall’assegnazione di un premio di maggioranza in favore della coalizione elettorale che ha preso più voti onde renderla ex lege maggioranza parlamentare, si mostra altamente deficitario. In primo luogo, non incentiva il formarsi di una proposta politica maggioritaria ma, al contrario, fotografa i rapporti di forza esistenti all’interno dell’elettorato e rende maggioranza parlamentare la minoranza politica più consistente. In ciò, esso si dimostra non veritiero.

Questo carattere del sistema elettorale non solo mostra quanto esso sia tributario di una concezione assai formalistica del principio democratico, ma lo rende altresì inefficace: per quanto limitata, l’evidenza empirica delle due legislature in cui ha trovato applicazione – con maggioranze strabiche, in continua fibrillazione, deboli al di là della loro consistenza numerica, e indirizzi politici tanto poveri da sembrare evanescenti – depone con chiarezza in tal senso.

Il secondo – e più noto – elemento di criticità riguarda la determinazione dei parlamentari eletti. I più lamentano l’assenza del voto di preferenza che trasformerebbe l’elezione in una cooptazione dei parlamentari da parte delle segreterie di partito. In realtà, la vulgata corrente coglie solo in parte nel segno. Infatti, la determinazione in concreto degli eletti non può non dipendere, almeno in parte, dalle segreterie di partito, mentre il voto di preferenza è un istituto che non va esente da fondate critiche, tanto da essere scarsamente diffuso nel panorama comparato. Sul punto, il difetto della legge elettorale va cercato altrove e, più precisamente, nella scarsa trasparenza delle liste elettorali.

In altre parole, non c’è nulla di scandaloso nel fatto che il partito rediga le proprie liste, il cui ordine non è modificabile da terzi (tramite, ad esempio, le preferenze), sottoponendosi anche per tale scelta al giudizio dei cittadini. Il problema è che, a causa dell’ampiezza delle circoscrizioni elettorali, le liste di candidati sono assai lunghe e, di conseguenza, poco trasparenti per l’elettore, il quale dovrebbe comparare raggruppamenti formati da decine e decine di nomi, in gran parte sconosciuti e poco significativi.

A ciò deve aggiungersi la possibilità di candidature plurime, per cui numerosi maggiorenti di partito sono candidati in tutte o quasi le ventisei circoscrizioni in cui è diviso il territorio nazionale, per scegliere soltanto ex post quella in cui risultare eletti, a beneficio dei “primi dei non eletti” delle nelle altre circoscrizioni. Di conseguenza, a elezioni avvenute, le segreterie di partito sono in grado – tramite il gioco delle opzioni dei pluricandidati – di determinare l’elezione di un consistente numero di Deputati a scapito di altri candidati, senza alcun legame con la volontà popolare.

Il risultato di questo gioco, per quanto interessa, è duplice: in primo luogo, la circostanza per la quale di ciascuna lista di candidati non sono eletti per forza i candidati inseriti per primi. Dal punto di vista del voto, ciò significa che l’elettore non solo deve comparare liste ampie ma non ha neppure modo di conoscere i probabili eletti nella propria circoscrizione. È quindi evidente come sia impedito ai cittadini di esprimere una valutazione sui candidati proposti dai partiti, dovendo piuttosto fidarsi ciecamente di quanto le segreterie hanno deciso (e decideranno in seguito, grazie al gioco delle opzioni).

Il meccanismo delle candidature multiple, inoltre, contribuisce a limitare grandemente l’autonomia del parlamentare. La scarsa conoscibilità delle liste riduce il valore aggiunto che un candidato stimato può portare al proprio partito: la sua presenza in queste hedgelist passerebbe comunque inosservata. D’altra parte, l’essere eletto grazie all’opzione favorevole di un capocorrente o di un colonnello induce nel beneficiario un certo senso di gratitudine e suggerisce l’atteggiamento da tenere in vista dell’elezione successiva, con effetti evidenti sulla complessiva qualità della rappresentanza politico-parlamentare.

Le criticità appena analizzate richiedono con forza il superamento dell’attuale sistema elettorale. Le ipotesi sul campo sono le più diversificate e le suggestioni provenienti dall’esperienza comparata non mancano. Tuttavia, va da sé che la scelta di un nuovo modello, cui conformare la nostra legislazione, richiede preliminarmente un’analisi del sistema politico-istituzionale e la mise en relief delle finalità specifiche che tale riforma deve perseguire.