[10-10-2010] Privatizzare (ancora) la RAI

di Valerio Lubello

Giovedì scorso Gianfranco Fini ha dichiarato che il gruppo di Futuro e Libertà proporrà a breve un disegno di legge per privatizzare la RAI.  Gli obiettivi, ha affermato il Presidente della Camera, sono da un lato quello di far cassa e dall’altro quello di tirare fuori i partiti dalla gestione della società.

La questione, antica e dibattuta da anni, è già oggetto di previsioni normative apparentemente chiare. Ed infatti, la privatizzazione sostanziale della RAI, o meglio il passaggio delle azioni da mani pubbliche a mani private, è disciplinata dal Testo unico dei  media audiovisivi e radiofonici (il d.lgs n. 177 del 2005) il quale, richiamando la c.d. legge Gasparri (l. 112 del 2004), afferma che la dismissione della Rai-radiotelevisione Italiana deve avvenire per mezzo di un offerta pubblica di acquisto. Vi è di più: la privatizzazione, secondo le tempistiche dettate dalla legge, sarebbe già dovuta avvenire tra gli anni 2004 e 2005 ed il ricavato, per espresso disposto normativo, sarebbe dovuto servire per un 75% a rimpinguare il Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato, mentre il restante 25% avrebbe dovuto finanziare gli incentivi per l’acquisto dei decoder necessari a ricevere il c.d. digitale terrestre. Nulla di tutto ciò è stato fatto e, come conseguenza, l’ingerenza dei partiti all’interno delle strutture societarie è rimasta immutata.

Con riferimento a quest’ultimo punto, occorre ricordare che la presenza dei partiti all’interno della RAI non è soltanto una questione di “affinità elettive” o di parentele, come le ultime cronache hanno ancora una volta fatto emergere, piuttosto è la legge stessa a prevedere il coinvolgimento del Parlamento (e dunque dei partiti) in importanti fasi della società come, ad esempio, la nomina dei consiglieri di amministrazione, del Direttore generale e del Presidente. In particolare il testo unico prevede una disciplina transitoria ed una disciplina a regime. La prima, da attuarsi sin tanto che non viene ceduto almeno il 10% delle azioni, afferma che i nove membri del Consiglio di amministrazione vengano nominati dall’assemblea in base ad una lista di candidati presentata dal Ministro dell’Economia e delle finanze e così composta: sette candidati sono indicati dalla Commissione di vigilanza Rai e due dal Ministero dell’Economia e delle Finanze in qualità di socio di maggioranza. Spetta poi al Consiglio di amministrazione nominare il Direttore generale ed il Presidente. La disciplina a regime prevede, invece,  che la lista presentata all’assemblea dal Ministero dell’Economia e delle finanze (redatta secondo i criteri visti per la disciplina transitoria) concorra con le liste degli altri soci. (Direttore generale e Presidente sono anche in questo caso nominati dal Consiglio).  Siffatta concorrenza delle liste avrebbe dunque dovuto garantire una graduale ritrazione del ruolo della Commissione di vigilanza Rai e dell’esecutivo a vantaggio di nuovi investitori estranei al circuito politico. Tuttavia, la mancata collocazione presso il pubblico delle azioni RAI ha reso fisiologica ed ancora in vigore la disciplina nata come transitoria, con evidenti squilibri in favore dell’esecutivo e della maggioranza parlamentare di turno.

La rinnovata proposta di privatizzazione si inserisce in un dibattito parlamentare quanto mai vivace: è del luglio scorso la proposta di legge Bersani- Finocchiaro (giacente nella VII Commissione Cultura) tesa ad abrogare le norme poc’anzi richiamate circa la privatizzazione della RAI.

Proposte molto diverse tra loro, per contenuto e matrice, dall’attuazione delle quali, però, pluralismo e libertà di essere informati, garantiti entrambi dalla nostra Costituzione, non possono uscire ancora feriti.

Privatizzare (ancora) la RAI

Giovedì scorso Gianfranco Fini ha dichiarato che il gruppo di Futuro e Libertà proporrà a breve un disegno di legge per privatizzare la RAI. Gli obiettivi, ha affermato il Presidente della Camera, sono da un lato quello di far cassa e dall’altro quello di tirare fuori i partiti dalla gestione della società.

La questione, antica e dibattuta da anni, è già oggetto di previsioni normative apparentemente chiare. Ed infatti, la privatizzazione sostanziale della RAI, o meglio il passaggio delle azioni da mani pubbliche a mani private, è disciplinata dal Testo unico dei media audiovisivi e radiofonici (il d.lgs n. 177 del 2005) il quale, richiamando la c.d. legge Gasparri (l. 112 del 2004), afferma che la dismissione della Rai-radiotelevisione Italiana deve avvenire per mezzo di un offerta pubblica di acquisto. Vi è di più: la privatizzazione, secondo le tempistiche dettate dalla legge, sarebbe già dovuta avvenire tra gli anni 2004 e 2005 ed il ricavato, per espresso disposto normativo, sarebbe dovuto servire per un 75% a rimpinguare il Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato, mentre il restante 25% avrebbe dovuto finanziare gli incentivi per l’acquisto dei decoder necessari a ricevere il c.d. digitale terrestre. Nulla di tutto ciò è stato fatto e, come conseguenza, l’ingerenza dei partiti all’interno delle strutture societarie è rimasta immutata.

Con riferimento a quest’ultimo punto, occorre ricordare che la presenza dei partiti all’interno della RAI non è soltanto una questione di “affinità elettive” o di parentele, come le ultime cronache hanno ancora una volta fatto emergere, piuttosto è la legge stessa a prevedere il coinvolgimento del Parlamento (e dunque dei partiti) in importanti fasi della società come, ad esempio, la nomina dei consiglieri di amministrazione, del Direttore generale e del Presidente. In particolare il testo unico prevede una disciplina transitoria ed una disciplina a regime. La prima, da attuarsi sin tanto che non viene ceduto almeno il 10% delle azioni, afferma che i nove membri del Consiglio di amministrazione vengano nominati dall’assemblea in base ad una lista di candidati presentata dal Ministro dell’Economia e delle finanze e così composta: sette candidati sono indicati dalla Commissione di vigilanza Rai e due dal Ministero dell’Economia e delle Finanze in qualità di socio di maggioranza. Spetta poi al Consiglio di amministrazione nominare il Direttore generale ed il Presidente. La disciplina a regime prevede, invece, che la lista presentata all’assemblea dal Ministero dell’Economia e delle finanze (redatta secondo i criteri visti per la disciplina transitoria) concorra con le liste degli altri soci. (Direttore generale e Presidente sono anche in questo caso nominati dal Consiglio). Siffatta concorrenza delle liste avrebbe dunque dovuto garantire una graduale ritrazione del ruolo della Commissione di vigilanza Rai e dell’esecutivo a vantaggio di nuovi investitori estranei al circuito politico. Tuttavia, la mancata collocazione presso il pubblico delle azioni RAI ha reso fisiologica ed ancora in vigore la disciplina nata come transitoria, con evidenti squilibri in favore dell’esecutivo e della maggioranza parlamentare di turno.

La rinnovata proposta di privatizzazione si inserisce in un dibattito parlamentare quanto mai vivace: è del luglio scorso la proposta di legge Bersani- Finocchiaro (giacente nella VII Commissione Cultura) tesa ad abrogare le norme poc’anzi richiamate circa la privatizzazione della RAI.

Proposte molto diverse tra loro, per contenuto e matrice, dall’attuazione delle quali, però, pluralismo e libertà di essere informati, garantiti entrambi dalla nostra Costituzione, non possono uscire ancora feriti.