[07-10-2010] La legge 40 torna alla Consulta

(pubblicato sul Secolo XIX del 07-10-2010)

Ancora una volta la legge sulla fecondazione assistita, più nota come legge 40 del 2004, torna al vaglio della Corte costituzionale, su richiesta del Tribunale di Firenze. Le reazioni che hanno accompagnato il rinvio dei giudici fiorentini sono l’esempio di quanto sia facile confondere le ragioni del diritto, quelle della politica e quelle dell’etica. Il fronte anti-legge 40, infatti, porta in sostegno della decisione dei giudici il recente premio Nobel assegnato a Robert Edwards, padre della fecondazione assistita. Il fronte pro-legge 40, guidato dal Sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella, al contrario, invoca presunte violazioni della volontà popolare, che sulla fecondazione assistita si è espressa con referendum.

La questione è molto più complessa. Anzitutto i fatti: il Tribunale di Firenze, su istanza di una coppia sterile, ha sollevato davanti alla Corte costituzionale la questione di legittimità costituzionale del divieto di fecondazione eterologa, cioè ottenuta da donatori esterni alla coppia. Il Tribunale dubita della ragionevolezza di tale divieto assoluto, anche alla luce di una recente sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha condannato l’Austria in un caso simile.

Non è stata presa alcuna decisione, dunque, né introdotto un “far west” normativo, come pure è stato detto. La questione, adesso, dovrà essere analizzata e decisa dalla Corte costituzionale. E a nulla rileva il voto referendario del 2005: all’epoca, infatti, la proposta abrogativa non raggiunse il quorum. I cittadini, cioè, scelsero di non decidere, lasciando al Parlamento la regolamentazione di temi così tecnici e delicati.

La Corte dovrà sciogliere due nodi principali. Il primo riguarda la ragionevolezza del divieto assoluto di fecondazione eterologa, in rapporto alla finalità perseguita dalla legge. Questa, infatti, dichiara di voler “favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità”. Potrebbe dunque profilarsi una illegittima discriminazione tra chi può risolvere i problemi di concepimento con la fecondazione omologa e chi ha come unica chance il ricorso all’eterologa.

Il secondo nodo riguarda invece il peso che può avere sul nostro ordinamento la decisione della Cedu  contro l’Austria, proprio per le limitazioni poste alla fecondazione eterologa. La Corte europea ha precisato che gli Stati hanno un ampio margine di libertà nella disciplina della fecondazione assistita. Ma ha anche detto che le norme in materia devono avere una propria coerenza sistematica. E un punto debole è quello delle “parentele atipiche”: il divieto di fecondazione eterologa, infatti, ha tra le proprie giustificazioni quella di evitare divergenze tra genitore biologico e genitore genetico. Tuttavia, come ha notato la Cedu, l’ordinamento (austriaco, ma anche quello italiano) consente parentele atipiche in casi importantissimi, come l’adozione. Se la Corte costituzionale ritenesse assimilabile il caso austriaco a quello italiano, potrebbe dichiarare incostituzionale il divieto di fecondazione eterologa, facendo propria la decisione della Corte europea.

La strada sarà lunga e tortuosa, e si snoderà attraverso i tecnicismi di un giudizio di legittimità costituzionale. Chi, a sproposito, invoca Edwards o la volontà popolare, dovrebbe invece riflettere sul fatto che simili questioni sono sempre rimesse a sedi diverse da quella parlamentare, che pure sarebbe la sede naturale, ma invece si rivela sempre meno capace di governare la complessità dei grandi temi etici.