[05-10-2010] Nominato il nuovo Ministro dello Sviluppo economico

Paolo Romani, esponente del PdL, con una lunga esperienza nel mondo dell’editoria e nel mondo Mediaset, è stato nominato Ministro dello Sviluppo economico. Silvio Berlusconi ha dunque potuto lasciare l’interim che aveva assunto dopo le dimissioni di Claudio Scajola, 154 giorni prima.

La nomina di Romani ha suscitato reazioni contrastanti. I partiti di opposizione gli contestano, infatti, presunti conflitti di interessi, per avere lavorato nel mondo dell’editoria. Ma, soprattutto, gli viene contestato di essere molto vicino alle aziende televisive del Presidente del Consiglio, per le quali ha prestato per anni la propria attività.

I commentatori parlamentari hanno sottolineato, poi, come la cerimonia di nomina, ieri al Quirinale, sia stata estremamente fredda e formale: il Presidente della Repubblica è arrivato in lieve ritardo, ha proceduto con le formule di rito e ha subito dopo congedato Berlusconi e Romani, senza offrire il consueto brindisi che segue alle nomine. Ma perché questo gelo? Pare che il Presidente Napolitano non abbia gradito la scelta di un Ministro con veri o presunti conflitti di interesse e, inoltre, sia stato fortemente irritato dalle ultime dichiarazioni del Presidente del Consiglio contro i magistrati.

È bene soffermarsi sulle procedure di nomina, per comprendere i ruoli dei diversi soggetti. La Costituzione, all’art. 92, dispone sinteticamente che il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio e, su proposta di quest’ultimo, nomina i Ministri. La nomina di Romani, dunque, è avvenuta con un decreto del Presidente della Repubblica, ma su proposta del Presidente del Consiglio.

Cosa accade se il nome individuato non è gradito al Presidente della Repubblica? Può rifiutarsi di nominarlo, nonostante la proposta? Su questo aspetto non esistono regole scritte, ma solo prassi costituzionali. Di regola il Presidente della Repubblica lascia filtrare le sue perplessità in modo informale e, il più delle volte, la lista finale dei Ministri viene scorsa insieme dalla Presidenza del Consiglio e dal Quirinale. È tuttavia da ritenersi, in mancanza di espresse previsioni contrarie, che il Presidente della Repubblica non possa rifiutarsi di nominare un Ministro proposto dal Presidente del Consiglio, a meno che la nomina non incarni violazioni della Costituzione. La sostanza della scelta, in altre parole, è del Presidente del Consiglio. Del resto, questa è la condizione per tenere il Presidente della Repubblica fuori dalla mischia dell’indirizzo politico: se, infatti, avesse un potere sostanziale di scelta dei Ministri, come potrebbe essere considerato un soggetto imparziale? Così si spiega, pertanto, l’atteggiamento di Napolitano che, nei limiti del galateo costituzionale, ha ridotto al minimo le cerimonie, ma non si è opposto alla proposta di nominare Paolo Romani.

Un’ultima domanda? Quale significato ha la scelta di Paolo Romani, nell’attuale clima politico? Nelle scorse settimane si era immaginato che il Ministero vacante fosse offerto al gruppo dei finiani, per rabbonirli. Alla fine, invece, Silvio Berlusconi ha scelto un suo fedelissimo. Non solo: ha scelto un esperto di emittenza televisiva, uomo Mediaset, proprio in mesi cruciali per il passaggio al digitale terrestre e per il braccio di ferro tra grandi gruppi televisivi ed emittenti private. Tutto questo è forse la spia della consapevolezza del voto anticipato in primavera? Se così fosse, se tutto è perduto, tanto vale avere un Ministro perfettamente allineato, che sappia cosa deve fare.