[08-09-2010] Verso lo scontro finale

(pubblicato su “Il Secolo XIX” del 08-09-2010)

Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ed il suo alleato superstite, Umberto Bossi, hanno annunciato di voler salire al Quirinale per chiedere al Presidente della Repubblica la testa di Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei deputati. Questo colpo di teatro è legittimo, oppure stride con i principi della Costituzione?

La risposta è articolata: è vero, infatti, che il Presidente della Repubblica ha, nel nostro sistema, un ruolo di garanzia, che si accentua nei momenti di crisi istituzionale. Ma è anche vero che il sistema è incardinato sul principio di separazione dei poteri e su una prudente disciplina delle interferenze che possono manifestarsi tra i diversi organi costituzionali. In questa prospettiva assume rilievo essenziale il principio di autonomia parlamentare, in base al quale – tra l’altro – ogni Camera sceglie il proprio Presidente. Tale autonomia è talmente marcata che neppure la Costituzione contiene una disciplina dettagliata di come debba eleggersi il Presidente della Camera: la scelta è rimessa al regolamento interno, che prevede maggioranze qualificate, nell’intento di eleggere un Presidente di garanzia, che goda di un appoggio trasversale. Non è un caso, poi, che non si prevedano procedure di revoca: il presidente non ha un ruolo di parte e, dunque, non deve essere esposto al possibile ricatto delle forze politiche.

Sarà dunque cruciale capire come si svolgerà il colloquio al Quirinale e quale valore politico vorranno ad esso attribuire Berlusconi e Bossi. Un semplice colloquio “informativo”, infatti, è cosa ben diversa dalla richiesta al Presidente della Repubblica di intervenire per ottenere le dimissioni di Fini. In questo caso è ragionevole ritenere che Napolitano declinerebbe qualunque competenza in materia, appunto invocando il principio di autonomia parlamentare. La gita al Colle, dunque, si chiuderebbe con un nulla di fatto. Almeno in apparenza: l’idea di tirare il Presidente della Repubblica nella mischia, infatti, può produrre effetti perversi. Di fronte ad un rifiuto di Napolitano a sollecitare le dimissioni di Fini, la maggioranza avrebbe gioco facile a fare nuovamente fuoco sul Presidente della Repubblica, rispolverando le tesi del complotto per impedire a Berlusconi di governare. In un momento successivo, l’atteggiamento di Napolitano potrebbe essere strumentalmente utilizzato per invocare elezioni anticipate, evitando i tentativi di formare un governo alternativo a quello guidato da Berlusconi. L’anomala decisione di salire al Quirinale per lamentare la mancata indipendenza di Fini, dunque, potrebbe risolversi in un disperato tentativo di appannare, in un colpo solo, l’immagine del Presidente della Camera e quella del Presidente della Repubblica.

Resta da rispondere ad una domanda: il Presidente della Camera può essere anche un leader di partito? Come si è detto, il Presidente deve senz’altro essere indipendente nell’esercizio delle proprie funzioni: non sarebbe ammissibile, ad esempio, che Fini piegasse le norme del regolamento per favorire il proprio gruppo politico o per danneggiare Berlusconi. Altra cosa, invece, è la provenienza politica del Presidente. Prima della riforma elettorale del 1993, i presidenti dei due rami del Parlamento venivano scelti in base a larghe intese tra le diverse forze politiche di maggioranza e opposizione. L’appartenenza politica dei presidenti, dunque, veniva bilanciata dall’ampia legittimazione parlamentare, che andava oltre la maggioranza politica del momento. Con la riforma maggioritaria del 1993, invece, la coalizione vincitrice ha sempre scelto autonomamente i presidenti delle due Camere: proprio Berlusconi, con l’elezione di Irene Pivetti alla Camera e di Carlo Scognamiglio al Senato, ha inaugurato la stagione dei presidenti di parte. Fra questi, alcuni hanno ricoperto anche ruoli di guida dei rispettivi partiti: si pensi a Casini e Bertinotti. L’anomalia dell’attuale situazione, dunque, non è senza precedenti. Certo suscita apprensioni, per un proficuo funzionamento delle istituzioni, la forte tensione che contrappone due leader politici, che sono anche Presidente della Camera e Presidente del Consiglio dei Ministri.