[30-08-2010] Riforma elettorale: istruzioni per l’uso

In questi giorni fioriscono proposte di ogni tipo per modificare l’attuale sistema elettorale italiano, introdotto con la riforma del 2005.

Il richiamo a modelli più o meno esotici può essere una strada davvero percorribile, ma spesso serve solo a confondere le acque e, a volte, nasconde una sorprendente ignoranza dei modelli di riferimento. È allora indispensabile cercare di fare chiarezza sui punti più critici del sistema italiano attuale e sulle caratteristiche dei più importanti sistemi di riferimento.

La legge n. 270 del 2005 ha trasformato il sistema elettorale maggioritario, introdotto nel 2003 dopo la celebre stagione referendaria capitanata da Mario Segni. La normativa attuale prevede un sistema proporzionale. Ciò, a prima vista, potrebbe far pensare ad un modello caratterizzato dalla presenza frammentata di molti partiti e da un’accentuata instabilità di governo: dai mali, cioè, tipici dei sistemi proporzionali. La versione italiana, però, è stata pesantemente corretta, con l’introduzione di un premio di maggioranza, che consente alla lista che ottiene più voti di vedersi assegnare il 55% dei seggi in Parlamento. Ciò, ovviamente, porta le forze politiche a coalizzarsi prima delle elezioni, nella speranza di prendere più voti degli altri e accaparrarsi il premio di maggioranza. Tale premio è previsto sia alla Camera che al Senato. Nel primo caso, però, viene calcolato su base nazionale; nel secondo, invece, viene calcolato su base regionale. Ciò, nei fatti, può condurre ad avere maggioranze politiche diverse nelle due Camere del Parlamento, con conseguenze definitive sulla governabilità del Paese. Non è ancora successo, ma l’esperienza ha mostrato che simile evenienza è tutt’altro che impossibile.

Ulteriore problema del nostro sistema è dato dalla presenza delle cd. “liste bloccate”. L’elettore, cioè, non può esprimere alcun voto di preferenza, ma deve tenersi i candidati indicati dalle segreterie dei partiti, che verranno eletti nell’ordine in cui sono scritti in lista. Ciò, unito al fatto che sono ammesse candidature plurime della stessa persona in più collegi (di solito lo fanno i politici nazionali di maggiore visibilità), e al fatto che le liste sono lunghe e difficilmente controllabili, porta indubitabilmente ad un vulnus nell’effettivo potere di scelta dei rappresentanti. È anche vero, però, che la semplice introduzione del voto di preferenza non risolve tutti i problemi: molti sottolineano come le preferenze favoriscano chi dispone di più risorse finanziarie per farsi la campagna elettorale o, peggio, chi gode dell’appoggio della criminalità organizzata.

I sistemi stranieri cui si guarda in questi giorni con maggiore insistenza sono quello francese e quello tedesco. È bene premettere che sono entrambi sistemi assai complessi (si parla dei sistemi di elezione delle Camere: sia in Francia che in Germania il Senato è formato con regole particolari) e che qualunque trapianto deve essere guardato con prudenza e sospetto, posto che i tecnicismi che possono dare un buon prodotto in un Paese non lo daranno certamente in un altro.

Limitandosi ai profili di fondo che caratterizzano i due modelli, il sistema francese è un sistema maggioritario, con collegi uninominali a doppio turno. Ciò significa che, al primo turno, i partiti possono presentarsi agli elettori separati, ciascuno con il suo candidato. Si viene eletti subito solo se si ottiene la maggioranza assoluta dei voti. Altrimenti è necessario andare al ballottaggio, che si svolge tra i candidati che abbiano ottenuto più del 12,5% dei voti al primo turno. È in questo momento che si formano gli apparentamenti e gli accordi elettorali tra le forze politiche, in modo da ottenere il successo al ballottaggio.

Il sistema tedesco, invece, è un sistema misto: metà dei seggi viene attribuita con metodo uninominale a turno unico; l’altra metà è attribuita con criterio proporzionale, sulla base di liste bloccate. L’iper-rappresentatività è fortemente temperata dalla cd. clausola di sbarramento, che consente l’accesso al riparto dei seggi solo alle forze che abbiano ottenuto almeno il 5% dei voti.

Entrambi i modelli, pertanto, cercano di bilanciare l’esigenza di avere Camere rappresentative con quella di avere governi sostenuti da maggioranze stabili. Fra i due, può forse dirsi che il modello francese ha un maggiore carattere di selettività, mentre il modello tedesco può portare a formare coalizioni di governo in base ai risultati elettorali.

È bene chiarire, dunque, che non esiste un modello preferibile in astratto, né è possibile affermare a priori quale sia quello più giusto per l’Italia. La scelta del sistema elettorale, per contro, deriva da numerose variabili e, soprattutto, dalla forma di governo che si vuole adottare. Forse, dunque, bisognerebbe rovesciare la prospettiva: prima pensare alla forma di governo, poi scegliere la legge elettorale migliore per realizzarla. Diversamente, ogni dibattito politico finisce per essere viziato dalle finalità contingenti che si vogliono perseguire: da un lato l’ossessione di mandare a casa Berlusconi, dall’altro la possibilità di avere una larga maggioranza di parlamentari “calati dall’alto” che, ipoteticamente, siano disposti ad eleggere Silvio Berlusconi alla presidenza della Repubblica.