[17-08-2010] Il Presidente rompe l’assedio

(pubblicato su “Il Secolo XIX” del 17-08-2010)

Giorgio Napolitano mette tutti a tacere, invitando i suoi detrattori, se fanno sul serio, ad attivare una procedura di accusa nei suoi confronti, come previsto dalla Costituzione.

Ripercorrendo le cronache degli ultimi giorni, il primo ad attaccare Napolitano è stato Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del PdL, affermando che formare un governo diverso da quello in carica significherebbe coprire una congiura di palazzo. Poi è venuto Umberto Bossi, leader della Lega Nord, che ha minacciato di portare in piazza milioni di persone qualora il Presidente della Repubblica nomini un governo tecnico. A ruota si è unito Roberto Maroni, Ministro dell’Interno, avvisando che in caso di crisi di governo non può esserci altra strada delle elezioni anticipate. Angelino Alfano, Ministro della Giustizia, ha rincarato la dose, tacciando di contrarietà alla Costituzione ogni ipotesi diversa dal voto anticipato. Infine è stato il turno di Maurizio Bianconi, vice presidente dei deputati del PdL: senza andare per il sottile, ha dichiarato che il Presidente della Repubblica sta violando la Costituzione.

Riassumendo, ben due Ministri della Repubblica, due parlamentari con cariche di primo rilievo e uno dei maggiori leader politici hanno messo in discussione, con un fuoco incrociato di dichiarazioni, la correttezza e la legittimità delle (presunte) intenzioni del Presidente della Repubblica. Napolitano avrebbe ben potuto ignorare tutto questo, non curandosi di surreali processi alle intenzioni, essendo il governo Berlusconi regolarmente in carica e nel pieno esercizio delle sue funzioni. Il Presidente della Repubblica, però, ha ritenuto che la misura fosse colma e che fosse necessario far sentire la propria voce. E così, in un secco comunicato (riferito formalmente alla sola esternazione di Bianconi – si ritiene per delicatezza istituzionale – ma nella sostanza rivolto a tutti i detrattori) ha invitato a prendere provvedimenti contro di lui: fatti e non parole, se davvero si ritengono i suoi comportamenti contrari alla Costituzione.

La reazione di Napolitano può apparire brusca e irrituale, ma deve essere letta come un richiamo al rispetto dei ruoli istituzionali di ciascuno e, in specie, di quello del Presidente della Repubblica. Il nostro ordinamento parlamentare, infatti, prevede una piena irresponsabilità politica del Presidente, derivante dal modello storico inglese, per cui il re regna, ma non governa: the king can do no wrong, insomma. Se il Presidente non ha poteri di indirizzo politico, non può nemmeno avere responsabilità. Nell’evoluzione settecentesca della forma di governo parlamentare il sistema dell’impeachment si è gradualmente trasformato, collocando il Capo dello Stato in una posizione di neutralità e scaricando tutta la responsabilità politica sul governo, che risponde collegialmente in Parlamento del proprio operare, in base al rapporto di fiducia.

Nel nostro sistema, pertanto, il Presidente della Repubblica può essere messo in stato di accusa solo per gravissimi reati, quali l’altro tradimento del giuramento effettuato e l’attentato alla Costituzione, cioè il tentativo di sovvertirne le regole ed il funzionamento. Mai si è verificata una circostanza simile e l’unico tentativo, nei confronti di Cossiga, è naufragato in una decisione di manifesta infondatezza.

Questo nuovo innalzamento dei toni getta ulteriori ombre sulle sorti del governo: un tale accanimento sulle dichiarazioni del Presidente della Repubblica di voler garantire il corretto funzionamento delle istituzioni svela, forse, la consapevolezza delle scarse probabilità di sopravvivenza dell’esecutivo. Quel che preoccupa, però, è che la situazione politica e istituzionale sembra sempre più attorcigliata su se stessa, e non è facile immaginare vie di uscita a breve termine: né una modifica della legge elettorale (sulla quale esistono divisioni insanabili anche all’interno degli stessi schieramenti), né una chiara scelta sulla forma di governo, che – soprattutto nell’impossibilità di una riforma costituzionale condivisa – resta legata a doppio filo proprio alla legge elettorale. Problemi veri e urgenti, che non sarà in grado di risolvere né un governo tecnico, né – almeno nel breve termine – una nuova tornata elettorale.