[12-08-2010] Tempo e potere

Sui siti internet internazionali rimbalza una notizia davvero interessante: da oggi [12-08-2010], primo giorno di Ramadan, i musulmani avranno un proprio tempo. Sì: sulla cima della Royal Mecca Tower, nel cuore della città santa, inizierà a scandire i minuti un gigantesco orologio che, stando alle dichiarazioni dei responsabili, vuole apertamente rivaleggiare con l’orologio del Big Ben londinese e con l’ora degli osservatori di Greenwich.

Non è chiaro quali conseguenze pratiche questo possa avere, ma è un segno molto importante, che mostra quanto il controllo del tempo sia legato al potere e quanto questa prospettiva di indagine sarà importante negli anni a venire.

Per il mondo musulmano, infatti, non è più accettabile essere sottoposti al tempo occidentale: l’inizio e la fine delle giornate non deve essere rimessa ai calcoli e alle decisioni dei Paesi europei o americani. È per questo motivo che l’ora ufficiale, per oltre un miliardo e mezzo di musulmani in tutto il mondo, non sarà più la stessa. Tutto ciò viene ammantato da argomentazioni pseudo-scientifiche, come quella per cui alla Mecca non ci sarebbero campi magnetici e quella per cui calcoli sofisticati dimostrerebbero che la Mecca è il vero meridiano di riferimento per tutta la terra. In realtà le motivazioni sono legate a questioni di sovranità e di potere.

A guardare indietro, si rinvengono numerosissimi casi – sia nel passato prossimo, sia in quello remoto – che confermano il rilievo del controllo del fattore temporale per il controllo del potere. Ancora recentemente, nell’estate del 2007, il leader venezuelano Ugo Chávez ha spostato di mezz’ora in avanti il fuso orario del Paese, rendendolo GMT -4,5. La decisione, dalle chiare motivazioni propagandistiche anti-occidentali, è stata giustificata affermando che così le giornate saranno più lunghe e, dunque, ci sarà più tempo per perfezionare la Revolución Bolivariana: «È una questione di metabolismo», ha detto Chávez, «il cervello umano è condizionato dalla luce solare». Non dissimile quanto fece, nel 2002, il dittatore del Turkmenistan: riformulò completamente il calendario, dedicando il nome di un mese alla propria madre.

Ma anche il passato più lontano è ricco di esempi significativi: basti anzitutto pensare alle guerre medievali tra Comuni e Chiesa per il controllo del tempo sociale. A fianco delle ore scandite dalle campane si udivano quelle delle torri comunali, come si può ben comprendere passeggiando ancor’oggi in molti borghi italiani. Un esempio celebre, poi, è quello della rivoluzione francese: nel 1793 entrò in vigore il calendario di Gilbert Romme, in cui tutti i nomi di derivazione religiosa venivano sostituiti con nomi legati al lavoro, alla natura o ai “lumi”. Soprattutto, ricominciò la conta degli anni: “Tous les actes publics sont désormais datés à partir de l’an I de la République”. E così accadde anche sotto il fascismo: Mussolini adottò, il 25 dicembre del 1926, una circolare con cui prescriveva l’affiancamento degli anni dell’era fascista (a partire dal 28 ottobre 1922), agli anni calcolati in base alla nascita di Cristo. Ancora oggi, poi, la Cina ha un’unica ora ufficiale, GMT+8, nonostante la vastissima estensione longitudinale: anche questo – è chiaro – per consentire al potere un maggior controllo sociale.

Questi esempi, assai distanti fra loro, mostrano però quanto il controllo del tempo non sia solo una questione da sacerdoti, da astrofisici o – comunque – un elemento rimesso alle convenzioni. Al contrario, il controllo del tempo è uno strumento di potere. Lo si è visto con riferimento ai calendari, ma lo stesso discorso si potrebbe fare con riferimento ai tempi della fabbrica e del lavoro, ai tempi della pubblica amministrazione, ai tempi della giustizia e ai tempi delle istituzioni. Il discorso sarebbe assai lungo, ma lo si può sintetizzare affermando che la presenza di garanzie temporali è strettamente correlata al tasso di democraticità di un ordinamento.