[11-08-2010] I disastri ambientali e le contraddizioni della globalizzazione

La primavera e l’estate del 2010 passeranno probabilmente alla storia per un’impressionate serie di catastrofi ambientali: il petrolio che lambisce le coste degli Stati uniti, il fuoco che brucia le foreste russe, le inondazioni che devastano grandi parti di Cina, India e Pakistan. Catastrofi ambientali, non catastrofi naturali. Tutte, e in particolare le prime due, infatti, hanno ben poco di “naturale”, e sono agevolmente riconducibili alla mano dell’uomo.

L’Europa non è al momento direttamente interessata, ma, da un lato, non è impensabile che simili sciagure capitino anche nel vecchio continente, dall’altro, è assai probabile che gli effetti di sciagure lontane si ripercuotano anche sull’Europa, sia sotto il profilo ambientale, sia sotto quello economico-sociale.

Negli Stati uniti, la sciagura della BP ha portato alla luce leggerezze e veri episodi di corruzione nelle strutture di controllo ambientale, che avrebbero dovuto prevenire quanto invece accaduto. In Russia la normativa ambientale è meno sviluppata e ha consentito negli anni uno sfruttamento del territorio insostenibile, con una pianificazione degli insediamenti abitativi e produttivi azzardata.

Da un lato, dunque, la responsabilità non sta nella mancanza di leggi, ma nella mancanza di enforcement, di capacità di portare tali leggi ad una piena applicazione. Dall’altro lato, la responsabilità è a monte, per mancanza di un corpo di regole in materia ambientale sufficientemente sviluppato. Il risultato, comunque, non cambia, e mostra quanto la protezione dell’ambiente sia la nuova vera urgenza delle agende politiche mondiali, resa tanto più evidente dalla globalizzazione e dallo sviluppo tecnologico, che rende possibile una conoscenza istantanea e planetaria.

In ciò, l’Unione europea sembra avere qualcosa da insegnare sia agli Stati uniti, sia alla Russia. Il vecchio continente, infatti, ha sempre mostrato (sia i singoli Stati membri, sia l’Unione nel suo complesso) disponibilità nei confronti di accordi internazionali volti ad assicurare uno sviluppo sostenibile e rispettoso delle esigenze ambientali. Anche la normativa europea in materia ambientale è sicuramente avanzata e, soprattutto negli ultimi dieci anni, sono aumentate le regole di settore volte ad armonizzare le discipline di tutti gli Stati membri (ciò è avvenuto, ad esempio, in materia di qualità dell’acqua e dell’aria, di trattamento dei rifiuti, di energia e di protezione di flora, fauna e biodiversità).

A livello italiano, poi, sono stati compiuti passi significativi, basando gli interventi normativi sull’art. 9 della Costituzione, che – pur non contenendo una previsione espressa – è ormai da tutti i commentatori ritenuto il fondamento costituzionale del diritto dell’ambiente (ad esso si è aggiunta, con la riforma costituzionale del 2001, la previsione dell’art. 117, c. 2, lett. s, Cost., che attribuisce allo Stato la competenza legislativa esclusiva in materia di “tutela dell’ambiente”). L’ultimo approdo, peraltro tormentato, è costituito dal Codice dell’ambiente (d.lgs. n. 152/2006), che mira a dare una disciplina organica di tutti gli aspetti della materia.

I disastri ambientali, dunque, nascondono spesso specifiche responsabilità umane, che cominciano dalla scarsa considerazione delle normative e dalla scarsa consapevolezza dell’esigenza di una regolazione di dettaglio e sempre più integrata tra i diversi livelli di governo dell’ordinamento giuridico globale.