[07-08-2010] Ma può esistere un “governo di minoranza”?

La spaccatura tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini si traduce in un nuovo assetto delle maggioranze, tanto alla Camera, quanto al Senato. In questi giorni compaiono sui quotidiani grafici colorati dei due emicicli, che mostrano le maggioranze necessarie e quelle reali. Tutti i commentatori sottolineano l’indebolimento dell’esecutivo, che si ritrova a governare da “posizioni di minoranza”. Il voto sul sottosegretario Caliendo ha confermato empiricamente questa teoria: la mozione non è passata solo perché i “finiani” e l’Udc si sono astenuti. Se avessero votato a favore della sfiducia, assieme alle opposizioni, questa sarebbe stata approvata.

Ma, allora, è possibile che un Governo resti in carica anche senza l’appoggio della maggioranza del Parlamento? La risposta – può sembrare paradossale – è affermativa, anche se deve essere chiarita.

La Costituzione, all’art. 94, afferma con chiarezza che “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere”. Si tratta di un vero e proprio obbligo giuridico: senza la fiducia, il Governo è tenuto a dimettersi. La Costituzione, tuttavia, non precisa come si debba votare la fiducia iniziale (o la successiva sfiducia), né quali maggioranze siano necessarie. E l’assenza di specificazioni è da intendere come maggioranza semplice: detto altrimenti, è sufficiente che i voti a favore siano più dei voti contrari.

In questo quadro di fondo si inseriscono i due regolamenti parlamentari, che dettano ulteriori previsioni per le votazioni.

Il regolamento della Camera dei deputati, all’art. 48, dispone che le deliberazioni dell’assemblea siano adottate – in linea di massima – a maggioranza dei presenti. Si precisa poi che sono considerati presenti solo coloro che esprimono voto favorevole o contrario. Gli astenuti, cioè, è come se non ci fossero. Ciò spiega bene perché la mozione contro il sottosegretario Caldoro è stata respinta: i voti a favore della sfiducia erano meno di quelli contrari.

Il regolamento del Senato della Repubblica, invece, prevede all’art. 107, c. 1, che le deliberazioni siano prese a maggioranza dei senatori che partecipano al voto. Anche gli astenuti, dunque, innalzano il quorum e, di fatto, sono voti “da battere” perché un provvedimento sia approvato. Per questo motivo, i senatori che non vogliono influire sul calcolo delle maggioranze abbandonano l’aula al momento del voto, lasciando che il computo dei voti si faccia tra i “sì” e i “no”.

Alla luce di tutto questo, è ben possibile che un Governo resti in carica pur non avendo la maggioranza assoluta dei parlamentari, cioè più della metà dei componenti. Quello che conta, però, è che il gioco delle astensioni e delle uscite dall’aula consenta sempre al Governo di avere più voti favorevoli che voti contrari, a prescindere da quanti questi siano rispetto al numero totale dei parlamentari.

Questa circostanza si è più volte verificata nella storia repubblicana, per lo più in situazioni sociali ed economiche del Paese molto particolari: si pensi al III governo Fanfani nel 1960, al IV e V governo Andreotti nel 1978-79, e – più recentemente – al governo Dini nel 1995.

Svelato il paradosso del “governo di minoranza”, resta da vedere se Silvio Berlusconi sarà disposto a tollerare il logorio di un governo indebolito, rischiando di arrivare spompato alla fine naturale della legislatura, o se – piuttosto – prevarrà la tentazione dell’appello al popolo, in cerca di un’ulteriore investitura, approfittando della condizione ancora troppo embrionale dell’ipotetico terzo polo e dell’attuale inconsistenza dell’opposizione di centro-sinistra.