[06-08-2010] L’Italia è arretrata sulle unioni omosessuali?

La decisione di Vaughn R. Walzer, giudice distrettuale di San Francisco, può ingenerare un butterfly effect capace di ripercuotersi anche sulla situazione italiana.

Si tratta di una sentenza che ha ritenuto contrario alla Costituzione americana differenziare i matrimoni eterosessuali e quelli gay. E già si scaldano le organizzazioni omosessuali italiane: il presidente di Arcigay Italia non ha mancato di sottolineare l’arretratezza culturale e l’anomalia del nostro Paese, resa ancora più evidente dalla sentenza californiana.

Gli effetti della decisione nell’ordinamento giuridico federale statunitense, e in quello dello Stato della California in particolare, sono tutti da verificare: gli Stati uniti hanno una storia controversa e complessa in materia. Basti ricordare che solo nel 2003, con la sentenza Lawrence v. Texas, la Corte suprema federale ha stabilito che la sodomia rientra nell’esercizio dei diritti di libertà garantiti dal V e dal XIV emendamento della Costituzione.

Inoltre, la sentenza di Walzer è una decisione di primo grado, che dovrà passare indenne numerosi altri passaggi prima di consolidarsi.

Quel che più interessa, tuttavia, è la situazione italiana, sempre al centro delle tensioni tra chi è favorevole ad una parificazione assoluta e chi vuole difendere l’unicità del matrimonio quale unione tra uomo e donna.

La Costituzione si occupa del tema all’art. 29, in base al quale “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. Non viene specificato, però, cosa debba esattamente intendersi per matrimonio (cioè: deve essere tra persone di sessi diversi?).

Sul punto si è recentemente espressa la Corte costituzionale, con la sentenza n. 138 del 2010. Si tratta di una decisione complessa, che dice più di quello che sembra ad una prima lettura. La nostra Corte ha ritenuto lecita la distinzione tra matrimoni eterosessuali e unioni omosessuali. Secondo la Corte, infatti, l’art. 29 della Costituzione riguarda le unioni di uomo e donna, e non può essere esteso fino ad includere le unioni gay. Tuttavia – dice la Corte – queste ultime originano diritti inviolabili, che devono essere protetti alla luce dell’art. 2 della Costituzione. Proprio su questa base i giudici costituzionali hanno implicitamente passato il testimone al Parlamento italiano, che è l’unico organo istituzionalmente competente a dettare una regolamentazione delle unioni omosessuali.

Anche la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) si è recentemente pronunciata sul punto (Schalf c. Kopf c. Austria, 24 giugno 2010, ric. n. 30141/04), ritenendo che la Convenzione europea dei diritti dell’uomo consenta, ma non obblighi, gli Stati a regolamentare le unioni omosessuali.

Ricapitolando, la Costituzione italiana disciplina i soli matrimoni eterosessuali. Le unioni gay non sono attualmente regolate dal nostro ordinamento, né con norma costituzionale, né con legge ordinaria. Ciò non è incostituzionale, ma è opportuno che il Parlamento approvi una legge per regolare le unioni gay, onde evitare che i soggetti interessati possano essere lesi nei propri diritti inviolabili.