[30-07-2010] Gianfranco Fini deve dimettersi? No, però…

La grande domanda è questa: Gianfranco Fini deve dimettersi da presidente della Camera dei deputati? Ieri sera [29-07-2010] si è consumata la rottura finale tra Fini e il presidente del Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi. Fini è stato sostanzialmente cacciato dal Partito delle libertà e Berlusconi ha platealmente chiesto che lasci anche la presidenza della Camera.

La questione è assai spinosa, e bisogna distinguere i profili di fatto da quelli di diritto. Sotto il primo profilo, Fini è stato eletto presidente della Camera dei deputati due anni fa con i voti della maggioranza di governo. Nonostante si tratti di una carica istituzionale, dunque, i voti che hanno eletto il presidente sono stati chiaramente riconducibile ad un’area politica, cioè allo schieramento appena uscito vincitore dalle elezioni. La cacciata di Fini dal Pdl, dunque, suona come una sorta di sfiducia: è come se i parlamentari del Pdl dicessero a Fini “sei stato eletto grazie ai nostri voti; oggi non hai più il nostro consenso, quindi ti devi dimettere”.

Fin qui i fatti. Ma simile ricostruzione sta in piedi sotto i profilo del diritto costituzionale? Tendenzialmente no. Fini è il presidente di uno dei due rami del Parlamento. La Costituzione, all’art. 63, si limita a prevedere che ogni Camera elegga fra i propri componenti un Presidente. La disciplina concreta, dunque, è rimessa ai regolamenti parlamentari. Tanto il regolamento della Camera, quanto il regolamento del Senato prevedono complessi sistemi di votazione, accomunati dalla finalità di coagulare intorno al presidente il più ampio consenso possibile. Sino al 1994, e cioè alle presidenze di Irene Pivetti (alla Camera) e di Carlo Scognamiglio (al Senato), i presidenti di assemblea sono sempre stati frutto di accordi condivisi tra le forze politiche. Almeno uno dei presidenti, inoltre, veniva per prassi indicato dall’opposizione (da Ingrao, alla Iotti, a Napolitano), proprio a conferma dell’ampio accordo che doveva reggere l’elezione di soggetti super-partes, e dunque non legati all’indirizzo politico del momento.

Proprio il primo governo Berlusconi, frutto delle prime elezioni “bipolari”, ha scardinato questa consolidata tradizione, accaparrandosi entrambe le presidenze di assemblea, e lasciando così alla sensibilità istituzionale dei singoli il mantenimento di un ruolo imparziale.

Il panorama comparato mostra diversi modelli: da un lato il modello parlamentare classico (cd. modello Westminster) prevede che lo Speaker della House of Commons sia rigorosamente indipendente, tanto che – in base ad una consuetudine costituzionale quasi mai contestata – le forze politiche non presentano candidati antagonisti quando lo Speaker vuole essere rieletto. Dall’altro lato, il modello presidenziale nord-americano vede nello Speaker della House of Representatives uno dei leader della maggioranza politica contingente e la presidenza dell’assemblea serva a garantire procedure snelle ed efficienti per l’approvazione dei progetti di legge voluti dalla maggioranza.

Il nostro modello costituzionale, pur imbastardito da stagioni riformiste contraddittorie, resta – tutto sommato – più simile a quello inglese, che a quello americano. Non c’è nessuna responsabilità politica del presidente della Camera, dunque. Né c’è alcun legame di fiducia tra questo e il Governo. Non è dunque accettabile alcuna richiesta di dimissioni, che svela ancora una volta la visione distorta che il presidente del Consiglio ha dei rapporti tra Parlamento e Governo. Certo, però, che Gianfranco Fini sta scontando – oggi – l’indebolimento del ruolo istituzionale del presidente della Camera dei deputati che lui stesso, due anni fa, ha contribuito a creare.